Mi alzo al mattino presto e guardo fuori: le previsioni danno discreto e vedo tutto sereno, avviso il mio socio e scendiamo per una veloce colazione poi via. Tempo di far queste cose ed il cielo è nivuro come direbbe Montalbano, fa quasi freddo, metto la mantellina, carichiamo gli zaini e attacchiamo la salita anche oggi nostra compagna verso il passo della Futa. Appena giunti nel bosco ritroviamo il nostro amico fango a profusione e qui applichiamo una strategia diversa: Vanni procede per il sentiero, io vago per il bosco per evitare scivolate strane, degne di una gara di pattinaggio artistico. In questo tratto incrociamo una coppia di ragazzi con cui spesso ci scambiamo le posizioni, come in una gara del giro d’Italia, ma senza biciclette e con molto più fango.
Belle villette costeggiano a tratti il cammino in prossimità della statale o di strane comunali, puntiamo il valico appenninico. Prima di giungervi abbiamo occasione di intravedere una ricostruzione di S. Giorgio ed il drago presso pian di Balestra e qui scopriamo che la Flaminia militare ci accompagnerà per lunghi tratti, “strada romana” recita un cartello, direi costruita meglio di certe strade moderne. Ecco il confine: due pilastri in cemento senza sbarra ci comunicano l’ingresso in Toscana e di lì a poco facciamo gruppo con Maurizio e Marco, padre e figlio, bolognesi doc che percorrono cammini assieme, con la stessa passione per la fatica e la montagna. Maurizio ci fa capire che di cammini ne ha fatto parecchi, è longilineo e tonico; Marco è più robusto, ha un vistoso tatuaggio sul polpaccio, viaggia con pantaloncini al ginocchio, mi mette i brividi alla sola vista. Loro vanno forte e mi trovo spesso ad inseguire, li perdo e li riprendo, poi odo il suono di una campanella nella nebbia della giornata: che sia una mucca fatico a crederlo e quando giungo allo spiazzo soprastante vedo Marco appeso come un bambino alla campanella attaccata ad un albero, “è il punto più alto del cammino” mi dice sorridendo, la zona si chiama Le Banditacce,(foto) qui li saluto e li rivedrò alla Futa. Attendo Vanni che si è fermato a chiacchierare e partiamo verso il passo attraverso i boschi incontrando altri pellegrini in particolare due amici che con perfetto accento toscano ci comunicano che “uno coinvolge un amico e questo poi lo odia per tutto il percorso…” mi volto verso il mio di amico che invero sorride disteso, avevo qualche timore.
La Futa è un passo che profuma di storia: qui passava la linea Gotica e qui ha sede un cimitero militare tedesco che vogliamo visitare. La costruzione(foto) che protegge il valico è datata fine dell’Ottocento e al suo interno una ricca collezione di foto ci informa di come sia cambiata, invero poco, e di quanti qui più o meno conosciuti siano passati. E noi mangiamo due piatti tipici con una birretta, diamine ce la meritiamo.
Poi fuori in fretta per visitare il cimitero perché ancora la pioggia incombe ed il clima ci vuol preparare a quanto fra poco vedremo: l’ingresso alla necropoli presenta un paio di stanze con la spiegazione di chi si occupi di questo come degli altri cimiteri in giro per il mondo: un’associazione dei parenti dei caduti, sovvenzionata dallo Stato tedesco, manutiene le aree, ma provvede anche alle ricerche storiche. La costruzione in cemento posta in vetta alla collina che ospita le tombe pare una vela o una piramide(foto) e custodisce altri caduti: in tutto sono più di trentamila, tutti corpi di invasori. Qui il mio animo ed il mio cervello entrano in una sorta di corto circuito: la pietas per i caduti, l’idea che erano degli odiosi invasori, l’immensa tristezza di una immane tragedia; una pioggerellina sottile mi dice che anche il cielo piange lo spreco delle vite umane.
Ammetto che mi allontano piuttosto in fretta e con angoscia, incontro Vanni che si era attardato presso le tombe esaminando le date di nascita dei soldati: molti giovanissimi ma anche uomini che avevano combattuto la grande guerra; gli chiedo di partire verso monte di Fo dove è situato il nostro albergo, la tristezza del luogo mi sovrasta. Ci arriviamo dopo altri tre chilometri in discesa nel fango demoralizzati per quanto ci attende il giorno successivo. Dinanzi all’ingresso troviamo nuovamente Maurizio e Marco e ci fermiamo a commentare come nessuno abbia avvisato del fango killer sul percorso, quindi facciamo il check-in e diamo un’occhiata fuori: piove secco e le nuvole sono molto basse, abbiamo ancora avuto fortuna, lassù qualcuno ci ama. (19 chilometri e 1000 metri di dislivello positivo).
QUARTO GIORNO
Alla sera a cena ho detto al mio amico: domani bello, danno sole! Così al mattino neanche apriamo le imposte, scendiamo a far colazione, ci prepariamo e usciamo…nella nebbia e con pioggerella. Rientriamo di corsa, metti le giacche a vento, copri gli zaini e poi aspetta la navetta che ci scaricherà al riattacco della Via. Siamo in sette alla partenza nella zona dell’Apparita e rivolgendo lo sguardo al bosco si vede il buio a dieci metri: una sagoma sembra attenderci ed infatti scopriamo che è così, una fanciulla intimorita ci chiede di potersi unire. Sulla Via si è soli ma insieme: soli con il proprio cuore, i propri pensieri, le proprie forze. Insieme con tutti gli altri che ti aiutano, ti sorridono, esprimono il loro umano sostegno e quindi la ragazza viene con noi. Fango e fango ci accompagnano, da otto restiamo in cinque al passo dell’osteria bruciata (foto) segnato da una stele in cemento ed una strana storia di viandanti uccisi e mangiati in questo bosco incombente. Da qui slalom fra monte Faggio e monte Ombrellino per scendere verso S. Agata dove si spera di mangiare e riposarsi prima di giungere a San Piero a Sieve alle porte di Firenze; intanto siamo rimasti io e Vanni, gli altri ci hanno staccati senza pietà, né considerazione per le nostre povere articolazioni, adesso piuttosto provate.
La pieve di S. Agata è un capolavoro del romanico nella zona del Mugello(foto) che nasce però nell’anno mille ed ha subito rifacimenti nel tempo, ed era sorta come punto di assistenza a pellegrini e viandanti verso il Sieve e Firenze. All’interno una Madonna con Bambino del Cioni è il capolavoro che non ti aspetti ma di cui il nostro Paese è traboccante, un petrolio infinito a cielo aperto che dobbiamo ai nostri predecessori e di cui spesso non abbiamo contezza. Lasciamo S. Agata dopo una schiacciata con finocchiona e ci indirizziamo verso San Piero a Sieve dove il nostro cammino troverà, obtorto collo, la propria fine: domani le previsioni sono pessime, in Toscana allerta meteo. Intanto ci accompagna un vento fortissimo che trascina nubi pesanti sui cipressi che delimitano i campi e ricordano il Carducci: abbiamo ancora otto chilometri da percorrere prima di entrare nel parco urbano dove un ponte moderno (foto) ci farà varcare il Sieve. Il parco è pensato come una porta d’ingresso fra la Via e il centro storico ed è stato intitolato ad Antonio Berti scultore cittadino ed autore di svariate opere esposte nello stesso, una dedicata proprio al viandante.(foto)
La Villa medicea del Trebbio domina la cittadina dall’alto e a noi pare più un castello quattrocentesco che una villa patrizia, munito com’è di merli e torre, mentre la Pieve di San Pietro(foto) nel centro cittadino custodisce un fonte battesimale di Della Robbia che ci lascia stupiti per l’abilità e la luminosità della realizzazione. Uscendo salutiamo sulla piazza antistante la statua di San Pietro, ieratica con braccio levato e ci rechiamo a cena nel locale indicatoci dalla signora da cui abbiamo affittato la stanza: è l’ultimo atto della nostra Via degli Dei, domattina il primo treno ci porterà a Firenze e da lì risalendo la costa prima toscana poi ligure torneremo a casa, dopo cento chilometri e parecchia salita.
A questo punto, è inevitabile nelle nostre menti tracciare un bilancio di questa avventura, ed è sicuramente positivo: l’animo sereno per un costante contatto con la natura, la scoperta felice di un distinto signore come Duilio, impegnato a far vivere la Via dandole una personalità, l’antico ed il moderno che convivono accanto, la gentilezza ed il sorriso di chi ti scruta gli occhi e ti chiede “ fate la Via?”, i tanti compagni accanto, quelli di oggi e quelli di ieri, ma anche, credetemi, quelli che non ho mai incontrato ma che sono passati di lì, e la grande pietas del Cimitero della Futa che muto urla “mai più la guerra”. Ed in ultimo il volto disteso di Vanni, il grande amico che mi ha permesso di vivere questo piccolo, faticoso, magnifico sogno.
Ci alziamo presto il mattino dopo, abbiamo tanta strada da fare per arrivare alla fine della seconda tappa: Madonna dei Fornelli dista 32 chilometri e non sappiamo ancora quanto dislivello. Mentre facciamo colazione con torta e yogurt arriva una chiamata al Vanni da parte di Pier che, abitando a Bologna, vorrebbe unirsi per un tratto alla nostra strana coppia. Io spingo Vanni ad accettare specialmente perché l’amico si offre di raggiungerci al B&B ed il mio cervello scala 2 chilometri dal totale. Pier è un personaggio esuberante ed assolutamente preparato, addirittura più del sottoscritto, ad ogni evenienza sul tracciato, sia essa interna o esterna; parte con uno zaino che pesa quasi quanto il mio e mi domando come farà. Percorriamo un lungo tratto in salita denominato contrafforte pliocenico (foto) ed in effetti ha un aspetto per me assolutamente nuovo e sconosciuto fatto di strati di roccia modellata dal tempo.
Il percorso infine si apre su uno scenario di prati ordinati e coltivati ed ha come sfondo la basilica di S. Luca ancora ben visibile, aggiriamo il monte Frate e di fatto siamo a quella che doveva essere la vera destinazione della prima tappa: Badolo. (foto)
Pier continua a scortarci nella speranza di raggiungere Monzuno cosa che io ritengo un poco pretenziosa: sono circa 20 chilometri dalla partenza e lui deve far ritorno alla macchina lasciata lungo una piazzola della statale a Sasso; ovviamente non mi faccio i fatti miei e glielo dico proprio mentre sorpassiamo una bella coppia di padre con figlio adolescente. Li osservo e li invidio: non ho mai pensato di saper gestire una situazione del genere e non l’ho mai affrontata ma quante cose potranno dirsi e quanto quel ragazzino un giorno potrà dire di aver vissuto con il padre. Intanto la guida della app mi suggerisce di evitare Brento per i lavori sulla via e noi obbediamo grati di schivare alcuni chilometri, Vanni gongola della strada in meno, io sto zitto. Pier a questo punto ci saluta e gira sui tacchi, noi poco dopo troviamo l’asfalto con un minaccioso cartello di pendenza al quindici per cento e dopo una lunga sorsata d’acqua attacchiamo il tratto. Proprio mentre spiana mi accorgo che non c’è più il sole anzi…un bel temporale ci coglie, venti minuti di pioggia intensa, troviamo un riparo fortuito e mangiamo due barrette. Si riparte appena il fortunale dà tregua e si raggiunge dopo quasi due ore il centro di Monzuno, cittadina abbarbicata sugli appennini. Dico al Vanni che ci aspetta l’osteria dei ragazzi sulla piazza principale dove giungiamo un poco provati soprattutto il sottoscritto ormai a secco di acqua da diverso tempo. Qui un bel primo per il mio socio ed una bistecca impanata con patatine rallegrano la giornata mentre un altro avventore di nazionalità straniera ci scruta: sicuramente percorre la Via come noi ma ha una invidiabile aria riposata; mentre mangio lo osservo deve essere un tedesco, mostra una gentilezza quasi avita e riparte ben prima di noi. Il locale è accogliente come le vecchie osterie di paese ma ovviamente aggiornate 2.0 e noi ci dilunghiamo nel discorrere del Pier che ci ha lasciati e sta tornando nella Dotta e della cittadina che ci ospita, un centro che si sta un poco spegnendo probabilmente sostenuto nella sua resistenza dai viandanti e camminatori come noi. La ripresa ci porta quasi subito innanzi ad una casa di cura fuori paese ed io la fotografo (foto) per la mia futura degenza nella tarda senilità: oggi – visto che percorro così tanta strada – sono ancora un giovinetto, Vanni mi deride senza pietà.
Prendiamo il sentiero Cai che costeggia il monte Venere e attraverso un bellissimo castagneto ci indirizziamo verso Le Croci e monte Galletto: per la prima volta facciamo un incontro spiacevole con il fango – non sappiamo ancora che ci farà tanta compagnia! – e spingendo con fatica arriviamo alla prima località dove volendo, in estate, si può scendere verso valle con il deltaplano. Qui abbiamo un secondo incontro, questa volta invero piacevole, con un distinto signore che ci ferma e si presenta: è l’autore delle vignette appese agli alberi, delle panchine colorate e della piccola manutenzione di quel tratto di Via, cura un sito dove chiede di poter pubblicare una nostra foto assieme anche al signore tedesco dell’osteria e così immortaliamo il momento nel tempo eterno dell’amicizia. Si chiama Duilio Cama ed ha un bel pizzetto che sormonta un viso serio con occhi luminosi, è vestito in modo impeccabile, ha un che di affascinante. Il cuore adesso è leggero e quando sorpasso un albero con il cartello “abbracciami forte” scoppio a piangere: il ritorno alla natura come ritorno a noi stessi. (Foto2)
E siamo in cima a monte Galletto parco eolico con quattro grandi rotori per produrre energia pulita e al centro un grande organo a canne che con il vento suona la musica degli Dei: è un altro momento di raccoglimento spirituale nel silenzio rotto solo dal ruotare armonico delle pale. (foto)
Scendiamo verso Madonna dei Fornelli, la tappa da 32 chilometri è vinta con 1700 metri di dislivello, per noi ha il sapore di una piccola impresa eppure c’è ancora una storia da narrare e la si legge in località Collina. Narra del povero Tito che nel novembre del 1940 partì per S. Benedetto val di Sambro per preparare i documenti del suo matrimonio, ma sulla strada del ritorno fu colto da una nevicata prematura e perse la vita. Penso ai miei genitori: erano appena nati e quel mondo duro e di guerra lo hanno affrontato, mentre per noi e per i nostri figli si perde nella nebbia dell’oblio. Morire per una nevicata pare folle oggi eppure…
Poco prima dell’arrivo ci concediamo anche una piccola avventura degna di veri esploratori da discount. Il sentiero, divorato dal fango, sparisce dentro un bosco fitto e l’app inizia improvvisamente a girare su sé stessa come un piccione impazzito. Io e il mio amico ci guardiamo.
“Secondo me siamo fuori strada.”
“Anche secondo me, il telefono non ha idea di dove andare…”
Proviamo quindi a seguire un’indicazione bianco-rossa sbiadita su un albero, e nel giro di dieci minuti ci ritroviamo davanti ad una vecchia cascina abbandonata con una porta che sbatte nel vento. In quel silenzio umido da film horror di provincia alla Pupi Avati, persino Vanni abbassa la voce. Poi, dal nulla, compare un cane gigantesco. Ci fissa. Noi fissiamo lui. Lui abbaia.
Io allora valuto rapidamente se sia il caso di fuggire a gambe levate nel bosco, lasciando Vanni come diversivo.
Per fortuna, subito dietro al cane compare un anziano contadino con cappello e stivali infangati.
“La via degli Dei?” chiede sorridendo, col fare di chi è abituato a podisti dispersi. “Siete lunghi di quasi un chilometro”
Al che ci rimette sulla strada giusta con la flemma di chi ha visto per anni stuoli di pellegrini smarriti spuntare dal bosco come funghi dopo la pioggia.
Quando ripartiamo, Vanni scuote la testa: “Se sopravviviamo a questa giornata, possiamo arrivare tranquillamente a Firenze”. Io assento, avendo la salivazione azzerata che mi impedisce di profferire parola, dopo questa avventura tragicomica finita a tarallucci e vino…
Il sole sta scendendo fra i monti e all’hotel la titolare ci accoglie con modi spicci ma simpatici e, visto che siamo due vecchietti semidistrutti dalla fatica, decide di cambiarci la camera e sistemare diversamente due ragazze appena giunte; noi sorridiamo e prenotiamo una pizza nel locale di fronte.
“Pubblichiamo con piacere questo interessante e divertente racconto di viaggio dell’ amico Vittorio Nicoli, corredato dalle foto dei posti visitati, che ci terrà compagnia per tre settimane. Attendiamo volentieri un Vostro riscontro, buona lettura!”
E’ autunno ed un amico mi contatta al cellulare: dopo i soliti convenevoli sulla salute ed il lavoro mi propone di organizzare un giretto fuori porta in primavera, la via Vandelli. Cado dalle nuvole, non so chi sia Vandelli (forse il cantante???), tanto meno il cammino dove si collochi ma lui mi spiega “Partiamo da Modena ed andiamo a Massa, una via tracciata nel Settecento per collegare il Ducato al mare.” Ovviamente la questione mi solletica e nello stesso tempo mi intimorisce, decido subito che accetto e istantaneamente pianifico un allenamento crescente, dovrò affrontare tanti chilometri. Nei giorni seguenti mi informo meglio sulle tappe del percorso e cerco di coinvolgere altri amici: chiamo il Vanni, fedelissimo compagno delle salite a tremila metri e Menego un ragazzo del Cai, entrambi aderiscono entusiasti. A novembre inizio a camminare per otto chilometri al giorno che diverranno, in crescendo, tredici ad aprile sperando possano bastare; frattanto il mio amico, l’ispiratore ed il Menego devono mollare per ragioni di salute e di lavoro: chiamo Vanni e ne ragioniamo assieme. Il piano per la Vandelli era pronto, avevo pianificato le tappe, ma con pochi punti di appoggio ed allora decido di colpo di cambiare obbiettivo “facciamo la Via degli Dei da Bologna” dico al Vanni e lui dopo aver pensato qualche secondo in silenzio, mi risponde solennemente: “vai”. E andiamo un lunedì di maggio, 5 giorni per percorrere 120 chilometri e 4000 metri di dislivello positivo, insomma non una bazzecola. La domenica ho preparato lo zaino, centellinando il peso (viaggia leggero!) e cercando di non dimenticare l’essenziale: fanno 7 chili sulla groppa, negli allenamenti li ho portati solo due volte per 15-18 chilometri. Non capisco se basti, ma alle sei del mattino pesa quanto quello di un frigorifero industriale, e una vocina nella testa mi dice: “Sei sicuro?” Il treno è poco affollato e quando sale Vanni ci mettiamo a parlare del lavoro piuttosto che della vita, intanto si procede verso Milano e da lì un Frecciarossa ci porta a Bologna: sono le undici passate da poco e la stazione, per quanto si cammina, pare un aeroporto; finalmente la luce esterna e la città. Aziono la app che ho provveduto a scaricare da alcuni giorni e che mi indicherà la via nei prossimi giorni; per ora mi indirizza verso i portici della Basilica di S. Luca la prima intensa salita di giornata, elevata a trecento metri sul monte della Guardia. La storia dice che i portici vennero costruiti con il passamano delle maestranze e mentre salgo con il mio peso sulla schiena mi meraviglio della nostra italica capacità e maestria, lungo questi quattro chilometri di arcate. Sorpasso pellegrini e famiglie, sfioro studenti che approcciano il disegno dello scorcio, infine arrivo in cima dove una croce mi avvisa che il mio pellegrinaggio è finito per ora ma avrò modo di capire che tutto il mio cammino sarà un percorso particolare. (foto2)
La basilica è una costruzione barocca che ha incorporato la struttura quattrocentesca e per me perde molto del suo fascino: scorgo solo una tela del Reni, poi mi allontano nel giardino sottostante e qui un fitta pioggia bolognese mi dà il benvenuto: Vanni ha indossato la giacca a vento, io apro il mio ombrellino, che copre circa il trenta per cento del corpo umano, ed alzo il cappuccio della felpa, scendiamo da S. Luca mentre mi informo sulla strada: debbo cambiare strategia, la via degli Dei presenta fango ci consigliano di affrontare questa prima frazione nella più consona via della Lana e della Seta. Oltrepassiamo la chiesa di San Martino (foto)
e percorriamo il parco della chiusa tutto nel verde e nel silenzio, camminando lungo il Reno che incrociamo al ponte degli Dei,
ammetto pensavo fosse un fiume con una portata più ridotta invece le recenti piogge lo hanno reso tumultuoso. Le acque ci faranno compagnia sino alla fine di questa prima giornata per noi a Sasso Marconi, controllo la mia app e un poco mi sconforto: mancano ancora 10 chilometri, fortuna che in maggio le giornate sono lunghe! Sbucando da un piccolo bosco troviamo un’industria che con gli Dei credo abbia poco a che fare: è un impianto chimico della Basf a ricordare che siamo anche una nazione industriale dobbiamo ricordarlo e gestire al meglio produzione ed inquinamento. Qui troviamo anche la prima persona che sicuramente sta percorrendo la Via: vi posso assicurare che si riconoscono dallo zaino voluminoso e dall’incedere costante, e più avanti da altre caratteristiche che avrò modo di spiegare. E’ una ragazza giovane che partita in mattinata da Firenze percorrerà la via a ritroso verso la sua città dormendo in tenda; appare piuttosto affaticata non che io e Vanni dobbiamo sembrarle dei fiorellini. Ci trova seduti all’ingresso di palazzo Rossi (foto)
una struttura quattrocentesca che oggi ospita un hotel e ristorante; il mio compagno mi guarda come a dire “prenotato qui?” gli dico “un poco più avanti, tagliamo nuovamente il Reno e poi verso Sasso”. Il ponte di Vizzano (foto)
ha sostituito i passatori che nei tempi antichi, dietro compenso, traghettavano i viandanti ed i commercianti: si vede che è più vissuto rispetto al ponte degli Dei, la struttura prevede due grandi porte in pietra con tiranti su cui si innesta il ponte stesso. La mappa intanto non ne vuol sapere di consolarmi: per accorciare il viatico verso Sasso Marconi dovremo percorrere un tratto di statale, peraltro molto trafficata. Passa un’oretta circa, entriamo nella cittadina ed io scopro di aver prenotato un bed and breakfast nel nulla a due chilometri: a questo punto temo che il mio socio mi possa uccidere, occultando il cadavere nei boschi emiliani dopo averne fatto scempio. Ma è buono e non lo fa, e neppure si lamenta.
E’ ormai quasi sera quando giungiamo all’agognata meta: abbiamo percorso 22 chilometri quasi tutti in pianura, l’agriturismo è un grosso casale agricolo dove si capisce subito che la prima attività è quella vinicola, almeno berremo bene; infatti la sera in un rapido giro della tenuta abbiamo occasione di vedere i filari e le bottiglie con le etichette dell’azienda: ci sembra che anche il vino abbia qualcosa di interessante da raccontare sul nostro viaggio, del resto fa parte della cultura e della cura del territorio.
Si conclude oggi il bel racconto di Lara: confidando nel Vostro apprezzamento, ringraziamo tutti per l’attenzione.
Il paese continuava a osservare da lontano, ma lentamente qualcosa stava cambiando: una vecchia contadina portò in dono una cesta di uova e i suoi centrini, un uomo taciturno offrì un motocoltivatore arrugginito “Era di mio padre” disse “se riuscite a farlo partire, usatelo.” Le voci correvano veloci. Una maestra del paese vicino li contattò per organizzare una visita con gli alunni durante i campi estivi di luglio. Una sera di giugno, il cielo stellato si stendeva su Bergolo come una coperta sottile. Enea, sorseggiando un bicchiere di buon barbera di una cantina locale, disse: “Hai creato qualcosa che dura, che resta nella pelle.” Bianca raccolse un pugno di terra, la strinse tra le mani e rispose: “La terra è la più grande eredità che abbiamo, perché non è solo nostra: è anche di chi verrà dopo. Voglio recuperare le tradizioni contadine e dare un nuovo significato alla parola progresso, costruendo una rinascita agricola, culturale e sostenibile. Spero di riuscire a coinvolgere, con il nostro esempio, tutta la comunità locale.” Sotto quello stesso cielo, vent’anni prima, suo papà le aveva raccontato due aneddoti di guerra che non aveva mai dimenticato e che con grande emozione volle condividere con Enea. “Tuo nonno, durante la Prima guerra mondiale, era solo un ragazzino. Una notte, sperduto in montagna e senza acqua, fu costretto a bere la sua pipì per sopravvivere. Non lo raccontava quasi mai, quasi se ne vergognasse, ma se non fosse stato per quel gesto, oggi io non sarei qui. Quando me lo raccontò, sussurrava, come se ancora stesse rivivendo quel momento, come se ancora avesse sete” “Durante la Seconda guerra mondiale, invece, i nonni proteggevano i partigiani, nascondendoli nella cantina sotterranea a cui si accedeva tramite una botola scavata nel pavimento. Sopra la botola c’era un grande tappeto, e su di esso mettevano la mia culla: un neonato a vegliare la vita di chi combatteva per la libertà, con la speranza ogni volta che i nazisti andassero oltre. Il sangue si gelava a ogni perlustrazione. Se li avessero scoperti, sarebbe finita per tutti. Anche per me” Enea ascoltava Bianca come si ascolta un fuoco che arde: il coraggio di quei nonni e quello moderno di Bianca si intrecciavano. Lei combatteva contro la società dell’apparenza, degli influencer, di TikTok, di Instagram, scegliendo la vita dura e silenziosa della campagna, scegliendo una vita con radici vere e profonde. Passarono i giorni e finalmente arrivò la prima visita, la prima Giornata della Memoria Contadina, la prima vera fioritura del sogno di Bianca.
Il 5 luglio, alle nove in punto, giunse la prima scolaresca. Regalo più grande non poteva desiderare nel giorno del suo compleanno. Bambini vivaci e chiassosi correvano nel cortile con le loro scarpe colorate, sembravano tante piccole farfalle. La maestra si avvicinò a Bianca. “Signora, mi scusi… tra i bimbi c’è Leonardo, cieco dalla nascita.” Una grande emozione pervase Bianca. Senza fare domande, si avvicinò a Leonardo, si inginocchiò accanto a lui, gli prese le mani e, guardandolo nei suoi grandi occhi grigi, tremendamente uguali a quelli del suo papà, gli disse con dolcezza “Non perderai nemmeno un dettaglio, ne sono certa. Tu riuscirai a vedere tutto.” Mentre Enea intratteneva gli altri dodici bambini con la visita alla stalla, Bianca si dedicò a Leonardo, raccontandogli ogni cosa: la storia della sua casa, i ricordi, la vita dei nonni, l’esperienza delle guerre. Lo portò sopra la botola della cantina segreta e gli raccontò l’aneddoto della culla. Leonardo sorrideva felice e gli occhi di Bianca si colmarono di lacrime gioiose. Poi lui chiese piano: “Il tuo papà quindi vedeva il mondo come me?” “Sì” rispose lei “Ma lo capiva meglio di tanti altri” Insieme poi si unirono agli altri bimbi, entusiasti e pronti per la merenda: uovo sbattuto fresco e gallette integrali fatte in casa, mentre gli anziani del paese erano pronti a raccontare la loro vita nei campi, decantando quella terra che li aveva tenuti vivi. Per loro non c’erano diamanti o metalli preziosi, né beni di lusso: c’era solo la Terra. E che bello, quando le prime manine si alzarono per fare domande, rompendo quel silenzio denso e attento! Il cuore di Bianca galoppava felice: sentiva che radici vere stavano crescendo. La memoria del cuore stava trasmettendo valori, e il suo progetto, che non voleva essere un elogio della nostalgia, stava prendendo la forma giusta: un ponte tra le generazioni, la possibilità di ridare alla campagna la sua importanza e identità. Le storie raccontate da chi aveva coltivato la terra con sudore, silenzio e speranza, diventavano un messaggio di fiducia negli occhi vivi dei bambini, pieni di gratitudine. E mentre si avvicinavano all’orto dei piccoli, Bianca ed Enea intonarono una canzone con cui erano cresciuti, riadattata al loro progetto: “Per fare un tavolo ci vuole il legno Per fare il legno ci vuole l’albero Per fare l’albero ci vuole il bosco Per fare il bosco ci vuole il monte per fare il monte ci vuol la terra per far la terra ci vuole un fiore per fare il fiooore ci vuole il seme… e quel seme è la memo – ri – a”
Enea si avvicinò a Bianca: “Hai ridato voce a questa terra, e a quelle mani grandi e rugose che ci hanno permesso di avere tutto ciò che vediamo intorno. La tua terra ha ritrovato la sua anima.” A fine giornata, non potevano mancare le foto con la sua vecchia Polaroid: un ricordo per ciascuno, e per lei la possibilità di appendere quelle immagini ai muri di casa, per iniziare a scrivere una nuova storia di continuità. Leonardo, tenuto per mano dalla maestra, si voltò verso Bianca. “Ora so com’è fatta la tua terra che sento anche un po’ mia” le disse sorridendo “Ci vediamo a settembre per la vendemmia, allenerò gambe e piedi.” Bianca rise piano, con il cuore leggero. Sentiva che il sogno era compiuto: la sua casa era tornata viva, piena di voci, di mani e di futuro.
Alzò lo sguardo al cielo e sussurrò: “Hai visto, papà? Il seme è germogliato”
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Bianca salì sul lungo balcone perimetrale che, a parte qualche rinforzo, non era stato trasformato dagli inglesi. Lì ritrovò la memoria, le radici, l’amore famigliare, la sua storia, quella della sua famiglia e la storia collettiva di molti: guerre, perdite, emigrazione rurale, tutto ciò che suo padre le aveva raccontato. Non era più il B&B di lusso che compariva online. Era di nuovo casa. Quella casa che aveva visto i suoi primi passi, le ginocchia sbucciate durante le prove in bicicletta, le nocciole mangiate col nonno, che con le mani nodose le insegnava il mestiere imparando a distinguere una ad una quelle piene da quelle vuote da scartare. Sentiva ancora il profumo del pane appena sfornato dalla nonna e ancora vedeva le galline correre e i conigli saltare per sfuggire al loro destino. Il sogno di rinascita stava finalmente prendendo forma: un sogno lungo una vita, uscito dal cassetto foderato di nostalgia.
I nonni avevano cresciuto sei figli con il duro lavoro dei campi. Tra loro c’era Fiorino, suo padre. A tredici anni perse definitivamente la vista. Le nocciole prodotte ogni anno e vendute alla più grande azienda produttrice di crema di nocciola avevano permesso ai nonni di mantenere una famiglia di otto persone e mandare il piccolo Fiorino a Bologna, dove imparò il braille e studiò al ginnasio. “Quando ho lasciato Bergolo” diceva “portavo con me l’odore della terra bagnata. Non ho mai smesso di sentirlo.” Ora quella terra tornava a vivere anche per lui!
La terra come radice, la memoria come seme, la collaborazione come linfa. La mattina successiva, Bianca si era svegliata prestissimo per godere dell’alba, indossò un paio di vecchi jeans e iniziò a pulire casa che aveva bisogno di tutto, ma soprattutto di un amore sincero, puro e reale. I pochi rimasti nel Paese, per lo più anziani, la osservavano con sospetto: nessuno aveva fiducia in lei, nessuno credeva davvero che ce la potesse fare “Una giovane urbana internettiana, mah…” dicevano. A tratti Bianca si sentiva sola, ma arrendersi non era un’opzione. Ogni mattina lavorava con le mani nella terra: piantava semi, sistemava recinzioni, recuperava attrezzi lasciati marcire nel capanno. Aveva già provveduto ad inviare la richiesta per registrare l’attività come fattoria didattica e inserito un’inserzione sul blog “Radici Future” che parlava del suo progetto.
Poi, una sera di fine aprile, arrivò una mail. “Buonasera. Mi chiamo Enea. Ho letto del suo progetto in un forum sull’agricoltura rigenerativa. Ho 35 anni, ho lasciato il mio lavoro da tempo e da allora giro l’Italia cercando posti veri dove imparare, lavorare e contribuire. Non cerco stipendio. Cerco senso. Se ha bisogno di mani e di cuore, arrivo.” Bianca non rispose subito. Rilesse più volte quel messaggio. Non riusciva a distogliere la mente da quelle due parole: cerco senso. La mattina successiva cliccò il tasto “Rispondi” e dopo pochi secondi il tasto “Invia”. Quando Enea arrivò, portava con sé uno zaino, una tenda canadese e un sorriso luminoso. Era alto, con capelli scuri legati dietro la nuca e occhi che sembravano appartenere a un’altra epoca. Si presentarono con una stretta di mano lunga, senza bisogno di troppe parole. Iniziò a lavorare il giorno stesso, senza chiedere nulla. Ogni gesto era misurato, ogni passo sembrava conoscere già quei luoghi. Una mattina, osservando un vecchio albero di melo, disse: “Questo l’hanno innestato a mano. Vedi il punto? Lo facevano così nel secondo dopoguerra. Mio nonno faceva lo stesso con le viti che aveva moltiplicato nel giardino di casa.” “Anche tu sei figlio della terra?” chiese Bianca. “No, ma sono stanco di perderla.” Un’anima affine, antica. Credeva nei valori autentici, rifiutava il consumo rapido e cercava senso nelle cose vere. Insieme recuperarono i muretti a secco, ricrearono l’orto sinergico, liberarono il pollaio dai rovi, pulirono i noccioli, ristrutturarono la vecchia legnaia e realizzarono uno spazio per accogliere i visitatori: tronchi come sedute, vecchi banchi e una lavagna in ardesia recuperati dall’abbandonata scuola del paese. Sulla lavagna, Bianca scrisse:
Benvenuti a Casa Fiorino: la fattoria della memoria
“Non è tornare indietro” esternò “è tornare in profondità.” Bianca e Enea sistemarono la vecchia stalla – che era stata trasformata dagli inglesi nella sala colazioni – per ospitare animali salvati o abbandonati. Nel corso del mese di maggio, trovarono abbandonati di fronte al cancello una volta Susi una capra cieca, un’altra Stan e Onlio due asinelli, ma la famiglia piano piano crebbe accogliendo anche Osvaldo un alpaca zoppo, Cocca una gallina americana, Jack un gallo cedrone troppo chiacchierone e Gino un cane da caccia ormai vecchio. Non erano animali da mostrare, ma esseri viventi da rispettare e accudire. Ogni bambino in visita avrebbe potuto imparare la differenza tra “possedere” un animale e “prendersene cura” con rispetto. Accanto alla stalla sorsero piccole casette per coccinelle e api, con storie e curiosità dipinte sopra, per insegnare l’importanza di queste minuscole creature. Vicino all’orto sinergico nacque l’orto dei piccoli: uno spazio dove ogni bambino potesse piantare un seme, curarlo, dargli un nome e tornare nei mesi successivi a vederlo crescere. Insegnare che la pazienza è un valore e che la terra restituisce solo se rispettata. Il ciclo della vita così non si studiava più solo sui libri. Non poteva mancare la raccolta dei frutti di stagione: un momento condiviso, durante il quale Bianca voleva raccogliere anche le storie degli anziani del luogo, storie di quando il grano valeva più del denaro, storie di contadini che un tempo zappavano la terra con il fucile ancora caldo nell’armadio. I loro racconti sarebbero stati trascritti e appesi, creando una biblioteca rurale della memoria contadina. Ogni attività avrebbe avuto un momento pratico, uno di ascolto e uno di racconto: storie di semi antichi, di raccolti condivisi, di mani sporche e cuori puliti. La campagna non è arretratezza, ma sapienza, resilienza e futuro.
Poi vennero i laboratori: quello delle farine, per imparare a fare pane e pasta con grani locali; quello del filo, per insegnare l’arte dell’uncinetto e della tessitura, decorando le pareti con i centrini realizzati; quello dei colori, per estrarre pigmenti naturali da piante e ortaggi e dipingere stoffe e cartoncini. Una parte della casa, grazie alla ristrutturazione fatta quindici anni prima, venne destinata all’accoglienza di volontari, viaggiatori e studenti desiderosi di sporcarsi le mani e alleggerire il cuore.
Le regole erano semplici: Si lavora insieme. Si mangia insieme. Si ride insieme.
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Continua la nostra pubblicazione di scritti dedicati al tema di un sano e consapevole ritorno alla campagna. Oggi iniziamo con la prima parte del racconto “Terra viva” della nostra amica Lara Pellerino, che a sua volta elabora in modo originale tale affascinante argomento. Buona lettura
TERRA VIVA di Lara Pellerino
Dopo anni vissuti in città, tra lavoro frenetico, relazioni superficiali e una crescente sensazione di vuoto, Bianca, trentacinquenne architetta ambientale, decise di trasferirsi nel piccolo borgo rurale, abbandonato dai giovani e dimenticato dalla modernità, dove aveva trascorso momenti indimenticabili della sua infanzia e adolescenza. In lei era forte la necessità di una rinascita personale, il bisogno di ritrovare la propria identità più profonda, che affondava le radici nella memoria. Questo desiderio finalmente esplose al punto da farle trovare il coraggio di abbandonare la sicurezza di un lavoro ben avviato, per trasformare la terra dei nonni in un luogo di vita, di educazione e di cura, non solo per la natura, ma anche per le persone. “La terra che educa”. Un pensiero che suonava risuonava e, come un’eco, rimaneva nella sua mente, talmente impossibile da ignorare, da diventare per Bianca un dovere dargli un seguito concreto. La sua, quindi, non era una fuga, ma una scelta consapevole. Bianca voleva recuperare le tradizioni contadine della sua famiglia e dare un nuovo significato alla parola progresso. A Natale si era fatta il regalo della vita, quello per cui per quindici anni aveva fatto sacrifici, risparmiando non solo denaro ma anche relazioni, sposandosi con la solitudine: aveva ricomprato la vecchia cascina dei nonni! Era stata venduta sedici anni prima a una famiglia inglese che l’aveva trasformata in un bed and breakfast di lusso con piscina. Tatuato nella sua memoria, il ricordo di quel giorno: gli inglesi avevano guardato con stupore quel piccolo gioiello tondeggiante, domandando “What… nocciola?” “Mamma mia, questi non sanno nemmeno cosa siano le nocciole”, aveva pensato Bianca, “le silenziose protagoniste che sono state la fonte economica della famiglia di papà. Tutto girava intorno a loro. I miei nonni hanno dedicato la vita ai loro sessantamila metri quadrati di noccioleti. E ora? Ora, senza i nonni e senza papà, gli zii non vedono l’ora di disfarsi di una parte così importante della loro vita, senza alcuna gratitudine e senza la minima attenzione affettiva verso gli acquirenti e le loro intenzioni: importava solo togliersi una possibile spesa.” Quel giorno Bianca non l’ha mai digerito. L’assegno ridicolo incassato al posto del padre era stato subito accantonato nel suo salvadanaio virtuale “Questi sono solo l’inizio… ci rivedremo”
E così è stato! La famiglia inglese, per motivi personali, era dovuta tornare in patria e l’annuncio di vendita era comparso online su un’agenzia che trattava solo immobili di charme. Bianca, quasi ossessionata, una volta al mese visitava il sito di Villa Bergolo – questo il nome scelto dagli inglesi – sperando di trovarla in vendita.
E poi, un giorno, il sito andò in errore: era stato chiuso! Con le farfalle nello stomaco, Bianca iniziò a picchiettare freneticamente sulla tastiera con le sue dita agili, alla ricerca della casa dei nonni… e siii! Finalmente eccola! In un lampo, senza pensarci troppo, si ritrovava al giorno dell’atto. Ora era pronta a tornare e a riportare il vecchio cascinale al suo disegno originale, restituendo alla terra l’importanza e la dignità che hanno sempre avuto per la sua famiglia, una terra che era stata snobbata, ignorata e abbandonata dagli inglesi. Bianca era una donna determinata, qualità riconosciuta da chiunque la conoscesse, aveva sempre raggiunto i suoi obiettivi: le sfide non l’hanno mai spaventata, anzi, l’hanno sempre stimolata. Voleva una rinascita agricola e culturale, desiderava coinvolgere la comunità locale e tornare a coltivare in modo sostenibile una terra ormai abbandonata.
Voleva creare una fattoria didattica, un luogo capace di coinvolgere grandi e piccoli, non doveva essere solo un’attività agricola, ma un luogo di memoria, cura, scoperta e condivisione. Bianca guidava piano, lasciando che le curve della strada collinare la riabituassero al ritmo lento di quei luoghi: il finestrino dell’auto era abbassato ed entrava quell’inconfondibile profumo dell’aria che sapeva di terra umida e foglie secche. La segnaletica era scolorita, il tempo sembrava essersi fermato, ma non era più lo stesso tempo di prima. E nemmeno lei era più la stessa. Le poche volte in cui era passata da Bergolo con l’intenzione di salutare gli inglesi, il cuore le si accartocciava: non era mai riuscita a oltrepassare il cancello di Villa Bergolo. Ora, però, il vecchio cascinale dei nonni non sarebbe più stato un bed and breakfast per turisti in cerca di Instagram, ma una scuola a cielo aperto in cui insegnare ai bambini la bellezza della terra, il ciclo delle stagioni, la dignità della fatica. Mentre guidava la sua Ardea-così aveva chiamato la sua amata 500 del 1960- verso la meta, la mente di Bianca correva felice: tracciava i contorni del progetto che portava nel cuore da anni, pensava a come riorganizzare la cascina, ristrutturata con un gusto inglese orrendo, per creare spazi dedicati all’accoglienza di animali salvati, ai laboratori con artigiani locali per recuperare saperi perduti, agli orti da coltivare con i bambini del paese e dei dintorni. In cuor suo la speranza era che il progetto potesse crescere e diventare un’attrazione diffusa, capace di far rivivere la comunità. Era appena iniziato marzo, la campagna si stava svegliando e Bianca, guardando i campi incolti, vedeva non ciò che c’era, ma ciò che poteva essere. Finalmente giunse a destinazione: scese dall’auto, rimase qualche secondo immobile, ad ascoltare. Nessun clacson, nessuna notifica. Solo il canto di un merlo e il fruscio del vento tra i noccioli abbandonati.
Non vedeva l’ora di stendere il materassino da campeggio sul balcone per godersi il cielo stellato che, l’ultima volta, aveva osservato vent’anni prima, in un lontano San Lorenzo, accanto al suo papà, al quale raccontava le stelle cadenti e descriveva le costellazioni. Allora era una ragazzina con la testa piena di sogni urbani e la fretta di chi non conosceva le stagioni. Ora era ritornata con le mani più stanche ma il cuore felice: sapeva che quel qualcosa che stava cercando esisteva solo lì, tra quelle colline che avevano nutrito i suoi nonni e, in silenzio, avevano atteso il suo ritorno. Era pronta a ricominciare!
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