da Giovanni Ollino | Apr 3, 2026 | cronache
di Vittorio Nicoli; pubblichiamo volentieri anche il racconto dell’amico Vittorio Nicoli, dedicato al festival letterario di Castelnuovo di Ceva, incentrato sul tema del ritorno consapevole e salutare alle origini, alla campagna e alla natura. Buona lettura!
L’intervista
La giornalista arriva a bordo di un Suv guidato da quello che successivamente si rivelerà essere l’operatore addetto alle riprese, è in perfetta tenuta da montagna, pare tutto abbigliamento firmato.
Scende con un sorriso splendente e non mostra neanche un capello fuori posto: abbronzatura giusta, trucco fine, pantaloni giustamente attillati per slanciare e modellare la sua figura. Il suv si è arrampicato sino all’alpeggio su una strada bianca spesso percorsa anche da camminatori pigri quelli che giungono al rifugio posto duecento metri più in alto usufruendo come posteggio dello slargo che il percorso disegna vicino alla baita di Giovanni e lasciando così la loro auto ben vicina.
Proprio Giovanni è il soggetto di questo pezzo televisivo e la giornalista appartiene ad una testata regionale che tra primavera ed estate si occupa con interesse dell’entroterra alla scoperta della natura selvaggia.
L’idea non è male perché consente di dare visibilità ad alcuni fenomeni sociali che si vanno dipanando negli ultimi anni: giovani che affrontano il così detto ritorno alla natura come scelta o come fuga da un teatro cittadino di cui non capiscono più il divenire. Proprio per questo sono nati gli approfondimenti, per capire cosa spinga realmente a questo ritorno e laddove ci sono interessi maggiori per promuovere il territorio.
La giornalista ha iniziato a spiegare dinanzi alla videocamera dove si trova e con chi avrà il piacere di ragionare di alpeggio, animali, vita e lavoro: ovviamente sfoggia il suo magnetico sguardo mentre tende la mano e presenta Giovanni.
“ Giovanni ma che posto incantevole qui dinanzi a questi prati verdi, con quest’aria frizzantina e gli animali che vedo là a pascolare! Ma questo è un Eden” intanto l’operatore ruota l’occhio della macchina a trecentosessanta gradi ed inquadra le montagne alle loro spalle baciate dal sole.
“ Ecco il nostro eroe di giornata che ci racconterà la vita qui in alpeggio e ci svelerà la magia delle sue giornate”.
Giovanni è un ragazzone sulla trentina dall’aria scanzonata che indossa un bel maglione colorato ed un paio di jeans un po’ consunti, ha una corta barba poco curata e capelli a spazzola ma quello che colpisce l’interlocutrice sono gli occhi di un verde smeraldo che gli conferiscono un’aria sveglia ed attenta. In cuor suo si sta domandando cosa di preciso gli verrà chiesto perché lui non vede nulla di speciale nella sua vita se non quello che desiderava al termine degli studi e dopo una parte di esistenza passata nel rumore e nella confusione dei suoi simili.
La giornalista lo richiama al presente con la prima domanda, mentre si trovano ancora nello spiazzo antistante al suo piccolo ricovero dove troneggia il suv accanto ad alcune prime auto, in attesa dell’arrivo delle altre sorelle scortate dai cittadini che hanno scelto il pranzo in rifugio, potendo affermare di avere compiuto un’escursione in montagna.
Giovanni si è presentato ai telespettatori ed ora passeggiando con la sua ospite sta raggiungendo il suo gregge, intanto l’intervista prosegue.
“Cosa ti ha portato quassù ed a questa vita? Cosa facevi prima Giovanni?”
“Bè – esordisce il nostro- ho studiato agronomia ed avevo voglia di mettermi in gioco gestendo una mia piccola fattoria, avevo un piccolo capitale ereditato ed ho deciso di scommettere su me stesso. Poi sinceramente ero stufo della vita in città, guardando i miei fratelli maggiori, i quarantenni, li vedevo grigi e stressati, incapaci però di staccare da quel modello in cui erano nati e cresciuti; ho pensato devi farlo subito altrimenti le catene si stringeranno e non fuggirai più”.
Intanto sono arrivati presso il piccolo gregge di mucche con alcuni vitellini e qui la giornalista propone la più scontata delle domande: “Hanno tutte un nome? E tu come le riconosci?” Il ragazzo la squadra poi “ Si le ho comperate o cresciute io, come potrei non conoscerle? Sono una parte importante del mio reddito e mi assicurano con latte, formaggi e carni la sopravvivenza. Il mio mondo è fatica ed amore e quando si lavora con amore anche la fatica sembra alleggerirsi, e con l’amore tutti hanno un loro nome animali, piante ed uomini ed io ti dico sinceramente credo di conoscere bene chi vive quassù”.
La giornalista non lascia trasparire alcuna reazione emotiva e prosegue con il suo lavoro: “Bene ci hai presentato i tuoi animali adesso potremmo raggiungere la tua fattoria. A proposito il mio abbigliamento va bene?” A questa affermazione l’operatore fa una panoramica su di lei giusto per mostrare come sia in forma e si sofferma sulle calzature.
“Certo!- dice Giovanni- avviamoci subito.” E parte a razzo con il suo bastone fedele al passo. La sua ospite lo segue ma si accorge di non essere così in forma come credeva e il fiato si fa corto, si capisce che ansima e fra sé sicuramente impreca.
La fattoria è posta su un pianoro più in basso di trecento metri ma i due ci arrivano in poco tempo accolti dallo scodinzolare di un meticcio di guardia, che si pone di fianco al padrone ed osserva curioso l’ospite.
“Bel cagnolino! Immagino una grande compagnia per te…” “E’ come un fratello con me divide tutto sopratutto il lavoro pesante che inizia presto al mattino e finisce al calar del sole; dobbiamo occuparci delle mucche per il latte, per l’alpeggio, fare il fieno eppoi lavorare il formaggio.”
“Vedo un forno a legna qui!”
“Si mi produco il pane con il cereale che coltivo e porto al mulino, tentando di produrre la maggior parte di quello che consumo, ah anche i biscotti! Venga glieli faccio assaggiare.”
Si accomodano in un salotto spartano, ordinato e pulito nel quale però si scorge un personal computer che incuriosisce l’ospite. Giovanni le spiega che ha un wifi e con la tecnologia progetta e mantiene contatti, lavora su fogli di calcolo per le coltivazioni e per gli animali. Tutto semplice, ordinato ed essenziale.
Il piatto dei pasticcini troneggia sul tavolo e con le sue dita dalla belle unghie smaltate la giornalista si bea di un gusto che la porta nel tempo come le madeleine.
“Quanto tempo ti lascia il tuo lavoro? Riesci a scappare qualche volta?”
“Ma io non lavoro, vivo -risponde Giovanni- non posso avere stacco perché non posso abbandonare tutti gli esseri che dipendono da me come io da loro. Come le dicevo è una vita dura sicuro, ma lei come giudica la vita dei cittadini? Quando salgono quassù mi confessano di essere stremati e stritolati come fossero consumati nelle loro esistenze dalle loro nevrosi. Certo che senza progetti pubblici saranno sempre pochi i visionari come me. Eppure la natura ha un gran bisogno dell’uomo faber che si integri con i suoi ritmi, mentre troppo spesso trova il predatore che approfitta e scappa o addirittura distrugge senza senno.”
Intanto l’operatore è giunto con l’auto, ha effettuato le ultime riprese quindi spegne la camera, aggancia un pasticcino al volo e fa un cenno alla collega per avviarsi verso il suv e rientrare a montare il pezzo ma a questo punto Giovanni scompiglia le carte. Propone loro di fermarsi per la giornata, seguirlo ed aiutarlo nelle sue attività. “Vi farete un’idea più precisa e potrete raccontare la mia vita dal vero”.
L’operatore lo guarda stranito ma si meraviglia ancor di più quando la giornalista accoglie l’idea entusiasta. “Certo sarebbe bellissimo! Sai che servizio vien fuori!”
“Allora andiamo a preparare il foraggio agli animali” dice Giovanni. Il suo passo spedito mette alla frusta il povero operatore mentre la giornalista tenta qualche domanda nel cammino ed ammutolisce quando si vede consegnare un rastrello. I lavori spesso appaiono più facili e meno faticosi di quanto siano, specie se non li conosciamo.
Al termine della giornata, spenta la telecamera, svenuti sul divano operatore e giornalista si chiedono quanto sforzo ci sia per resistere in campagna, quanto si debba amare un mondo ed una vita per adattarvisi da cittadini. Bussano alla porta: sono gli amici del rifugio, i gestori, scesi a fare due chiacchiere davanti ad un buon distillato. Così i nostri scoprono che il rifugio fa sistema con le varie cascine attorno, compera e dirotta clienti ansiosi di avere i prodotti naturali – e qui lo sono- ed assieme difendono la montagna, il bosco, le vie di accesso.
Anche i gestori del rifugio hanno l’età di Giovanni. E’ la nuova primavera della montagna: “Mancate voi mezzi di comunicazione, casse di risonanza a svegliare chi ha la gestione del territorio per porre un ordine di sviluppo corretto. La montagna non può e non deve diventare solo la nuova meta del turista-cittadino, deve diventare un nuovo habitat ed un nuovo habitus mentale; i sacrifici devono essere ben pesati con i benefici.”
La giornalista li ascolta, sarà la fatica oppure il genepy, ma crede di cominciare a capire che forse quello di oggi è più di un “pezzo” da televisione, ha un sapore di mondo vero con un retrogusto amaro.
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da Giovanni Ollino | Mar 27, 2026 | cronache
di Giovanni Ollino
Terza e ultima parte: termina oggi il mio racconto sul ritorno alla terra e alle origini, spero Vi sia piaciuto. Buona lettura.
Iniziò con un’analisi pedologica della terra da coltivare. L’agronomo che aveva assoldato prelevò campioni a diverse profondità per valutare la tessitura e il pH. I risultati furono incoraggianti: pH piuttosto neutro, tessitura franco-limosa, buon drenaggio naturale. Solo una leggera carenza di sostanza organica, risolvibile con letamazioni periodiche.
Scelse la varietà Tonda Gentile Trilobata, la più pregiata per la pasticceria, caratterizzata dalla forma tonda del frutto che favorisce la sgusciatura mantenendo intatto il seme, innestata su portinnesto Corylus colurna, considerato l’ideale per il nocciolo. L’impianto venne progettato a sesto regolare di 5×5 metri, per un totale di circa 400 piante per ettaro. Lungo i bordi predispose una rete anti-selvaggina e un impianto di irrigazione.
Facendosi aiutare da alcuni contadini che possedevano terreni vicini, lavorò la terra con un erpice rotante, dopo un’aratura superficiale, per rompere la crosta e favorire l’aerazione. In autunno tracciò i filari con precisione millimetrica usando un GPS agricolo portatile. Piantò i noccioli con la luna calante di novembre, come gli aveva insegnato suo padre: “Così radicano più forte e fanno meno polloni.”
Nei mesi successivi, mentre la città gli sembrava un ricordo lontano, Silvano imparò di nuovo a leggere il cielo. In primavera praticò la potatura di formazione, lasciando i polloni principali ben distanziati, eliminando i succhioni e i germogli basali in eccesso. L’estate lo vide alle prese con la gestione delle piante infestanti: un trinciastocchi per le erbe più alte, e il diserbo meccanico con sarchiatrice tra le file.
Passarono tre anni: i noccioli raggiunsero il metro e mezzo, vigorosi e sani. Le prime infiorescenze maschili – le amenti pendule – fecero capolino a gennaio, segno di una pianta in equilibrio vegeto-produttivo. Silvano si impegnò anima e corpo in quell’impresa, curando e difendendo i suoi noccioli con amore e dedizione, come figli da accudire prima di poter sbocciare definitivamente.
Quando si sentiva provato o in difficoltà, gli bastava pensare ai genitori e la forza gli ritornava, doveva farcela a tutti i costi anche per loro: glielo doveva!
Intanto aveva stabilito varie relazioni di amicizia con i residenti locali, alcuni dei quali erano stati nell’infanzia suoi compagni di giochi: si accorse che quei rapporti, a differenza di tutti quelli stretti nella sua vita precedente, erano improntati ad una schiettezza e correttezza spesso disarmanti, una piacevole eccezione nella società attuale, orientata all’egoismo e all’interesse. I valori, che ancora vigevano in quella terra generosa e tranquilla, erano sicuramente diversi da quelli che normalmente si inseguono nelle città chiassose e competitive.
Quando, al quarto anno, vide le prime nocciole formarsi, provò un’emozione che nessuna busta paga gli aveva mai dato: in quel momento gli venne da piangere, ma mai lacrime furono più felici e benedette. Aveva finalmente raggiunto il proprio obiettivo.
Radunò quindi un nutrito gruppo di quei suoi nuovi amici, e si accordarono per la imminente raccolta. Stesero le reti di nylon al terreno sotto le piante e attesero la caduta delle nocciole.
A settembre finalmente raccolsero i frutti caduti, sollevando le reti e convogliando il raccolto in grandi sacchi di juta.
Li fecero poi essiccare in un essiccatoio artigianale, mantenendo la temperatura a 45°C per tre giorni, fino a ottenere un’umidità residua del 6%, quella ritenuta ideale. Le nocciole brillavano come monete dorate.
Silvano, dopo tutto quell’impegno, esausto ma finalmente felice, sedette sul muretto che dominava la valle, guardando il suo noccioleto stendersi sotto il sole del tardo pomeriggio. L’odore di terra asciutta, foglie e legno caldo gli riempiva i polmoni. In quel momento capì che non aveva solo comprato un terreno, ma aveva riscattato un’eredità, un sapere antico fatto di stagioni e di silenzi.
La campagna, pensò, non restituisce mai tutto subito. Ti mette alla prova, ti misura il tempo in anni, non in giorni. Ma se le offri rispetto e pazienza, ti ripaga con la cosa più rara di tutte: la pace.
A volte gli sembrava di sentire i genitori parlare tra loro, nella lingua lieve dei ricordi. La madre rideva, il padre gli dava consigli sul raccolto. E Silvano rispondeva in silenzio, con il cuore.
Infine, un mattino d’autunno si fermò a osservare tutta quella meraviglia di cui poteva ora godere. Il vento lo percorreva come un respiro vivo, e lui si sentì parte di quella vastità. Capì allora che non era tornato per fuggire da qualcosa, ma per ritrovare ciò che non aveva mai smesso di appartenere a lui. La città, con le sue voci esasperate e i suoi rumori assordanti, era ormai lontana, un vago ricordo di una semplice tappa della sua esistenza.
Qui invece, tutto parlava un linguaggio antico: la terra, il cielo, i ricordi.
E, nel fruscio dei noccioli che si piegavano alla brezza, Silvano sentì ancora la voce di suo padre: “La terra ti aspetta sempre, figlio mio. E quando torni, lei ricomincia a respirare con te.”
Quanto era stato importante quell’uomo per lui: la sua roccia, il suo esempio, il suo orizzonte. Non aveva mai conosciuto nessuno buono e allo stesso tempo fiero come il suo papà. Che fortuna aver avuto quei genitori, finalmente ora lo capiva!
Silvano allora chiuse gli occhi, lasciando che il vento gli sfiorasse il volto. Il sole lo avvolse nel suo abbraccio come una benedizione.
Riaprì le palpebre, e vide alcune nocciole, che sui rami danzavano languidamente al ritmo della brezza mattutina, come nella poesia evocatrice che aveva sognato e poi visto misteriosamente impressa sulla pietra.
E, nel silenzio infinito delle Langhe, quei frutti incantati intonarono all’unisono la loro festosa ballata per lui: era un canto di ritorno, di pace, di eternità.
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da Giovanni Ollino | Mar 20, 2026 | cronache
di Giovanni Ollino
Seconda parte
Poi tutto iniziò gradualmente a cancellarsi: il profumo dell’erba, le mani dolci dei genitori su di lui, il canto delle cicale; solo la voce della madre rimase come un’eco lontana, e sempre più flebile: “Non dimenticare la strada per tornare. Noi ti attenderemo per sempre qui.”
Infine, il sogno si dissolse nel canto flautato di un merlo.
Silvano si svegliò con un nodo in gola. Non era solo nostalgia, era come se qualcosa o qualcuno lo chiamassero.
Preso da un fremito di inquietudine, scese dal letto e aprì la finestra: la città immensa era grigia, incolore. E per la prima volta capì che quella non era la sua luce.
Andò indietro con la mente a quegli anni felici, costellati di sogni e di suggestioni per un futuro che gli appariva roseo.
Si ricordò all’improvviso, commuovendosi e mettendosi a piangere come un bambino, di quel tiglio piantato dal comune sul lato della strada che portava al colle, davanti ad una spianata da cui si ammiravano i campi dell’immensa pianura, dove spesso lui e suo padre si fermavano a sedere su una panchina, dopo una lunga passeggiata: l’albero un anno si era ammalato di una malattia delle piante, che ne aveva attaccato già buona parte, era pieno di formiche e dalla corteccia usciva una linfa cattiva di un colore scuro; rischiava di seccare completamente e nessuno interveniva per curarlo.
Per cui, insieme al padre, ogni volta che passavano di là, cercavano di eliminare il liquido che sgorgava, con dei bastoni che avevano fabbricato, toglievano con pazienza le parti di corteccia andate a male e scacciavano le formiche. Divenne per loro quasi un lavoro a cui dedicavano parecchio tempo, e alla fine l’alberello lentamente parve riprendersi. Dopo mesi di interventi, l’albero tornò verde e rigoglioso come prima, ed entrambi ne andavano giustamente fieri, lo avevano curato e fatto guarire. Era diventato un loro amico fraterno, che gli teneva compagnia durante le passeggiate, e con le sue fronde li proteggeva dai raggi del sole, riconoscente per quell’aiuto provvidenziale che lo aveva salvato.
In quel momento a Silvano venne voglia come non mai di tornare al paese, anche solo per vedere se il loro amato e accudito tiglio verde esistesse ancora.
Si chiese quindi con ansia cosa ci stesse facendo da solo in quel posto che lo respingeva, lontano dalle sue radici e dalla casa dove aveva vissuto sereno. Era destinato a trascorrere così il resto della sua vita, senza più speranze né ambizioni?
Ripensando a quel periodo fulgido, avvertiva uno struggimento allo stesso tempo doloroso e piacevole, mentre sentiva che il cuore gli balzava in petto, trascinato dalla forza invisibile di momenti vissuti e ormai perduti.
Nei giorni successivi stette male anche fisicamente, di un male strano, caratterizzato da febbre costante, e un malessere generalizzato, che però non si estrinsecava in una malattia chiara, ma piuttosto in una sofferenza appunto indefinita, che sembrava avvilupparlo come una ragnatela, e che pareva la manifestazione fisica del suo dissidio interiore. Si astenne perciò dall’andare al lavoro, quel lavoro che peraltro ora gli sembrava molto meno interessante, e che gli stava venendo a noia, oltre ad essere sempre più logorante dal punto di vista dello stress psicologico che comportava.
I ricordi di quell’infanzia quasi magica apparivano lontanissimi dall’uomo che era diventato, distante dai valori che gli erano stati insegnati, dal contatto rispettoso con la natura e dall’empatia che aveva sperimentato tanti anni prima. La vita nella metropoli fredda e asettica, l’impiego in una multinazionale, tutto pareva congiurare per fargli dimenticare gli ideali che gli erano stati inculcati in gioventù, l’educazione, l’onestà e la correttezza: adesso trionfavano il sopruso, l’inganno e l’egoismo, e lui, come tutti gli altri, aveva iniziato ad attenersi a questi nuovi disvalori, per svettare sul prossimo e non essere sommerso.
Aveva persino smesso di avere sogni e fare progetti, non nutriva più una vera speranza di trovare un senso al tutto, a quell’esercito infinito di attimi gettati alla rinfusa.
Eppure, un tempo era stato felice, di quella felicità assoluta fatta di piccoli gesti e grandi emozioni, al tempo delle parole sacre ed essenziali, che condensavano in poche frasi l’amore che provava e di cui era circondato. Doveva fare qualcosa per ritornare a quello stato, almeno di serenità, ora lo capiva; stava sprecando la sua vita in riti sterili e vuoti, inseguendo miraggi fallaci, vanificando gli insegnamenti dei suoi genitori, oltre che l’armonia e la bellezza che i luoghi della sua infanzia gli avevano insegnato.
Era ancora in tempo per riprendere in mano la sua esistenza, per darle un senso?
Se lo chiedeva da parecchio tempo ormai, ma, dopo tanti dubbi ed elucubrazioni, finalmente una mattina tutto gli apparve più chiaro, come se il maestrale avesse sgombrato il suo cielo da nuvole minacciose e opprimenti. E allora prese una decisione, che agli occhi dell’impiegato modello e brillante di poco tempo prima poteva essere folle, ma della quale ora sentiva non si sarebbe mai pentito.
Nel giro di pochi giorni lasciò tutto: il lavoro, l’appartamento, le abitudini ordinate. In fondo l’antica casa al paese era ancora di sua proprietà, e lo stava attendendo da anni; contattò perciò il fattore a cui aveva dato in gestione le chiavi e i suoi vecchi terreni, e questi gli confidò di non riuscire più a gestirli, vista l’età che avanzava.
Quel mattino fatidico salì in macchina, guidando con frenesia, diretto verso la sua terra d’origine, seguendo una spinta che non sapeva spiegare. Il paesaggio cambiava lentamente, e con esso cambiava il suo respiro: le pianure diventavano colline, le colline si aprivano in distese di ulivi, e infine, dietro una curva, apparvero le Langhe, immense e splendenti sotto il sole.
Quando Silvano arrivò al paese dopo tanti anni di città, trovò le colline delle Langhe immutate, eppure diverse. I filari di viti, che un tempo disegnavano geometrie perfette, erano stati in parte abbandonati; i vecchi noccioleti, che da ragazzo aiutava a potare con il papà, erano stati divorati dai rovi o convertiti a pascolo. Ma proprio lì, tra due crinali dolci e un piccolo rio che serpeggiava sul fondo valle, c’era ancora il vecchio terreno di famiglia, ormai messo in vendita dall’attuale proprietario: tre ettari di terra argilloso-calcarea, con un’esposizione a sud-est perfetta per la Corylus avellana.
Si fermò prima nella piccola piazza del paese. L’aria profumava di piante e di mare lontano. Ogni pietra, ogni muro screpolato sembrava ricordare il suo nome.
Rivide il vecchio tiglio, che placido gli sorrideva da lontano, con le sue fronde gemmee, e il cui fusto abbracciò con trasporto, come un vecchio amico che non vedi da tempo, ma tu sai che è sempre lì, ad aspettarti fedele, e la distanza non ne smorza l’affetto.
Si avviò quindi a piedi verso la casa che per lustri lo aveva ospitato. Ma subito prima di giungere ad essa, guardando un muro limitrofo, la sua attenzione fu attratta da una incisione che qualcuno aveva impresso sulla pietra, come se fosse una targa dedicata a qualcuno o a qualcosa; quando però lesse la scritta, per poco non cadde per terra dallo stupore: essa recava esattamente le parole della poesia che aveva sognato pochi giorni addietro! Silvano la ricordava perfettamente, e quindi si domandò come fosse possibile un simile evento, che pareva un sortilegio.
Chiese allora ad alcuni passanti chi avesse composto e inciso quei versi, ma non seppero dargli una spiegazione, e lo stesso risultato ottenne con il contadino che aveva custodito la sua vecchia casa e il terreno sino a quel giorno: nessuno fu in grado di spiegargli quel mistero, tutti si limitarono a dirgli che non si sapeva da dove proveniva quella scritta. Un giorno essa era apparsa, e nessuno ne aveva rivendicato la paternità, forse era stato un artista di passaggio, ma a tutti piaceva fermarsi qualche secondo per leggere quei versi evocativi e delicati.
Rimase attonito per alcuni minuti, poi si diresse, piuttosto scosso, verso la vecchia porta di entrata: quell’evento quasi soprannaturale gli apparve subito come un segno, una chiara indicazione del cielo, la naturale congiunzione tra i suoi sogni e la nuova realtà che lui stesso avrebbe contribuito a creare.
Sì, lui era stato chiamato in quel posto per uno scopo, adesso gli era tutto chiaro! Finalmente si apriva uno squarcio di sereno nel suo firmamento offuscato!
La casa dei genitori lo aspettava ancora, come se il tempo avesse avuto pietà. Entrò, e il silenzio lo accolse con la tenerezza di una presenza invisibile. Sul tavolo trovò una foto sbiadita: lui bambino tra la madre e il padre, tutti e tre con le mani nella farina. Tutto in quel luogo parlava di lui e delle sue radici.
Si sedette, e pianse. Non di dolore, ma di commozione per il ritorno.
Firmò il compromesso per ricomprare i terreni in primavera, e quell’atto fu per lui più solenne di qualsiasi contratto stipulato nei suoi anni da impiegato.
Appena ottenuta la proprietà, Silvano contattò prima degli esperti nella coltivazione delle nocciole, e poi alcuni abitanti del villaggio, stabilendo accordi di collaborazione con loro, per farsi aiutare nel progetto che aveva in mente: riuscire a produrre una buona quantità di nocciole, dopo aver piantato i relativi alberi nei suoi vecchi terreni.
Tutti lo riconobbero come quel bimbo con cui avevano corso e giocato da piccoli, che si divertiva a vedere il padre sfidare a bocce o a carte i loro genitori, nato lì, ma poi andato a studiare per percorrere una carriera promettente, e furono contenti anche se stupiti di quel suo ritorno alle origini.
L’accoglienza fraterna che gli riservarono quelle persone semplici ma franche – tra l’altro spesso più intelligenti di quelle con cui era abituato a trattare nel suo lavoro precedente – lo commosse, e gli fece capire che quella era stata la scelta giusta.
Dopo di che si tuffò a testa bassa e senza indugi in quell’avventura nuova ed emozionante, che finalmente pareva dare un senso alle sue giornate.
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da Giovanni Ollino | Mar 12, 2026 | cronache
Allego la prima parte di un racconto breve, che continuerà nelle prossime settimane, avente come tema il ritorno alla campagna e ai suoi valori, da me scritto in occasione delle manifestazioni culturali estive del comune di Castelnuovo di Ceva. Buona lettura
LA DANZA DELLE NOCCIOLE
Da anni Silvano viveva lontano.
La città lo aveva inghiottito con le sue luci fredde e il rumore costante, fino a fargli dimenticare il suono del vento e l’odore della terra. Lavorava in un ufficio senza finestre che affacciavano sul cielo, e la sua vita scorreva in giorni uguali, misurati da orologi, budget pressanti e scadenze.
Quel periodo della sua esistenza adesso gli sembrava una lunga teoria di giorni buttati, passati a ripetere gli stessi gesti e riti che apparivano sempre più vuoti, quasi un modo di vegetare e andare avanti senza chiedersi nemmeno il perché.
Eppure, all’inizio quello stile di vita lo aveva affascinato, nella megalopoli che attirava gente da tutto il mondo, con i vertiginosi grattacieli luccicanti, le eleganti insegne tirate a lucido, le tante opportunità, il fermento culturale continuo, e le immense opportunità lavorative. Ecco, a quel lavoro e a quella carriera che sicuramente gli piacevano, aveva dedicato tanto tempo e tante risorse, sacrificando cose e persone nel percorso verso la vetta: ne era valsa la pena?
Difficile dirlo, a volte sentiva assalirlo l’ansia per le opportunità di vita perse, per la relazione con la sua compagna naufragata, forse anche a causa del poco tempo dedicatole, del fatto di darla per scontata, e, dopo i primi mesi di passione, mai più da lui rinfocolata con le attenzioni che lei si sarebbe aspettata; e più aveva soddisfazioni e incarichi importanti nella vita lavorativa, meno impegno profondeva nel rapporto con lei, che alla fine si era stancata di aspettarlo e di passare sempre in secondo piano, e se ne era andata.
Sempre più spesso, negli ultimi tempi, lo coglieva a tradimento una strana malinconia, come un’uggia della routine quotidiana; e il rimpianto per i tempi passati, quando si poteva ancora considerare felice , diventava sempre più forte, a volte addirittura lancinante, come un male fisico.
Forse era una sorta di crisi di mezza età, a cui era ormai giunto, o il fatto di passare adesso le serate in totale solitudine, in quella grande e costosa casa che avevano progettato per una vita in comune con lei e forse anche per una famiglia più numerosa, chissà…
Ormai il periodo fantastico della sua infanzia era solo un ricordo lontano, con i vecchi amici, i giochi insieme, il paesello piemontese che gli aveva dato i natali e ospitato per anni come in un piccolo microcosmo protetto, dove tutto sembrava sicuro e il futuro non faceva mai paura.
E poi i suoi genitori , quei genitori che tanto lo avevano amato, di un amore viscerale, disinteressato e totale, ma con i quali, negli ultimi anni della loro vita, aveva condiviso poco tempo, loro rimasti al paese natale, e lui ormai assorbito dalla città frenetica e tentacolare.
Certo, aveva provato a gestire a distanza anche la loro vecchiaia, si era adoperato per non fargli mancare nulla quando avevano bisogno; ogni tanto andava a trovarli, ma gli era rimasto un rimorso terribile in merito alla scomparsa del padre. Quando questi si era ammalato, di una malattia lunga ma inesorabile, di quelle che non lasciano scampo, si era gradualmente allontanato da loro, invece di riavvicinarsi come sarebbe stato giusto. Le sue visite e telefonate in quel periodo erano state sempre più sporadiche, come se inconsciamente non volesse accollarsi l’onere di reggere quella situazione, in cui l’uomo a cui aveva sempre guardato come un’entità indistruttibile era diventato un vecchio malato e fragile. A distanza di anni si rendeva conto di quanto fosse stato insensibile, e forse agli occhi del padre anche spietato: alla fine aveva demandato le cure alla madre, che con dedizione si era dedicata al coniuge, non chiedendo niente al figlio, e anzi cercando di sollevarlo da quegli adempimenti tristi e gravosi.
Solo ora capiva quanto era stato cieco ed egoista, trincerandosi dietro la distanza e l’attività lavorativa che in quel momento lo assorbiva particolarmente, essendo vicino all’apice della carriera che aveva scelto.
Forse, non aveva voluto accettare che il suo idolo di ragazzo crollasse a causa degli anni, come peraltro tutti gli esseri umani, in quella legge di natura crudele ma ineluttabile.
Non avrebbe probabilmente sopportato di vederlo sfiorire e deperire lentamente, e perciò aveva abdicato ai suoi compiti di figlio, in un gesto di vigliaccheria, di cui si era poi pentito amaramente.
Ma ormai era troppo tardi per fare qualcosa , gli restavano il rimpianto e a tratti la disperazione per quel comportamento indifendibile.
Aveva cercato di rimediare in qualche modo, stando poi il più possibile vicino alla mamma, e anzi proponendole ad un certo punto anche di raggiungerlo nella lontana città dove lavorava, ma lei non era adatta a quel tipo di vita nello smog e nel caos, lo sapevano entrambi, e quindi aveva rifiutato l’invito del figlio, che, almeno nel suo caso, quando poteva faceva un lungo viaggio per venire da lei.
Dopo alcuni anni se ne era andata anche lei , discreta e senza dare fastidio a nessuno così come era vissuta, mancando improvvisamente una notte in cui il suo cuore aveva smesso di battere.
A quel punto lui aveva smesso di visitare quel paese, dove gli erano rimasti solo ricordi tristi, finendo in seguito per vendere i terreni di proprietà e lasciando le chiavi di casa ad un vicino, perché controllasse ogni tanto la loro dimora avita;
era così finita un’epoca, segnata dall’amore che gli riscaldava il cuore, ed era rimasto solo il freddo del suo appartamento moderno, dove il gelo dei sentimenti a volte gli paralizzava anche i pensieri.
Ma in certi sogni – quelli che arrivano quando la mente cede e il cuore ricorda – il suo Piemonte tornava a trovarlo. Non come un luogo, ma come una voce.
Una notte di quelle, passate a rigirarsi nervosamente nel letto, il sonno finalmente
lo assalì e assunse contorni particolari.
L’aria sapeva di terra bagnata e di erba tagliata da poco, e lui si trovava in una
stanza piena di luce dorata; tutto intorno si avvertiva un baluginare di forme,
come se il mondo fosse riflesso in uno specchio d’acqua.
All’improvviso una voce lontana cominciò a chiamarlo: era la voce della madre,
che pronunciava il suo nome con affetto e lo invitava ad andare da lei; ad un certo
punto si aggiunse anche quella del padre, più bassa e profonda, come un tuono
coperto dalle nuvole.
“Silvano, torna da noi. E’ ora di tornare a casa!” dicevano entrambi, ma la parola
‘casa’ nel sogno non aveva contorni definiti: era un campo, un vecchio edificio,
una collina che brillava di grano maturo.
Il protagonista a quel punto si mise in cammino, attraversando paesi che non
riconosceva. Le case cambiavano addirittura forma man mano che passava: come
per un incanto alcune diventavano alberi, altre si scioglievano come cera
sotto il sole.
Ogni tanto incontrava persone che lo salutavano con affetto e deferenza, dicendo
di conoscerlo, ma lui non ne ricordava i volti. Tutti però gli indicavano un’unica
direzione, con sicurezza: “Di là, sempre dritto su questo cammino, verso la
campagna!”
Quando finalmente arrivò, trovò i genitori ad aspettarlo sotto ad un pergolato;
non parevano invecchiati, anzi avevano la stessa età di quando lui era bambino.
Il padre gli mise una mano sulla spalla con tenerezza, mentre la madre gli porgeva
una ciotola di latte caldo.
“Silvano, dove sei stato? Noi ti abbiamo sempre aspettato qui!”, dissero insieme.
Intorno, la campagna respirava liberamente. Gli alberi si piegavano con dolcezza
al vento, e il cielo era come un oceano oscillante tra l’alba e il tramonto.
Silvano sentì di essere finalmente tornato nel luogo dove doveva essere, senza
più nemmeno ricordare da dove fosse partito.
Suo padre intanto gli sorrideva, col suo sorriso buono sopra un viso franco e
sereno, dopo essersi seduto su una poltrona. Accanto a lui, la madre stendeva i
panni bianchi, che il vento gonfiava come le vele spiegate di un vascello.
Sul tavolo era appoggiato un libro, e lui poteva vedere la pagina a cui era aperto,
con un brano che recitava nel titolo “La danza delle nocciole”: era una poesia,
molto suggestiva, della quale lesse i versi ad alta voce.
La danza delle nocciole
Nel vespro purpureo,
quando il bosco tace,
il canto sonoro s’innalza
delle nocciole silvane,
cullate dal vento plumeo.
Dei frutti soavi sui rami
gli umani ammiran la danza,
mentre la terra stanca giace
dopo il giorno trionfante
di bagliori dorati e arcani.
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da Giovanni Ollino | Feb 2, 2026 | cronache
di Vittorio Nicoli
Tutti noi abbiamo l’ ambizione di essere visti, essere invisibili fa male, eppoi essere visti significa esistere.
Esistere sì, ma dove?
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da Giovanni Ollino | Gen 22, 2026 | cronache
di Vittorio Nicoli
Accoltellato un ragazzo a La Spezia da un coetaneo:
il rimedio maggiori controlli e pene severe. Però qualcosa nella nostra società, nel passaggio educativo fra le generazioni pare non funzionare più.
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Io, molto modestamente, credo che le soluzioni prospettate dalle nostre classi politiche a problemi enormi ed estremamente complicati, vadano sempre tutte nella stessa direzione: dare l’impressione di risolvere le situazioni di difficoltà con misure eclatanti, che parlano più all’emotività e alla pancia del popolo, piuttosto che al loro intelletto.
Soluzioni facili a problemi complessi, che non affrontano le varie sfaccettature di una società appunto sempre più complessa, per incapacità e a volte mancanza di volontà di risolvere veramente.
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