di Vittorio Nicoli – prima parte.
“Pubblichiamo con piacere questo interessante e divertente racconto di viaggio dell’ amico Vittorio Nicoli, corredato dalle foto dei posti visitati, che ci terrà compagnia per tre settimane.
Attendiamo volentieri un Vostro riscontro, buona lettura!”
E’ autunno ed un amico mi contatta al cellulare: dopo i soliti convenevoli sulla salute ed il lavoro mi propone di organizzare un giretto fuori porta in primavera, la via Vandelli. Cado dalle nuvole, non so chi sia Vandelli (forse il cantante???), tanto meno il cammino dove si collochi ma lui mi spiega “Partiamo da Modena ed andiamo a Massa, una via tracciata nel Settecento per collegare il Ducato al mare.”
Ovviamente la questione mi solletica e nello stesso tempo mi intimorisce, decido subito che accetto e istantaneamente pianifico un allenamento crescente, dovrò affrontare tanti chilometri.
Nei giorni seguenti mi informo meglio sulle tappe del percorso e cerco di coinvolgere altri amici: chiamo il Vanni, fedelissimo compagno delle salite a tremila metri e Menego un ragazzo del Cai, entrambi aderiscono entusiasti. A novembre inizio a camminare per otto chilometri al giorno che diverranno, in crescendo, tredici ad aprile sperando possano bastare; frattanto il mio amico, l’ispiratore ed il Menego devono mollare per ragioni di salute e di lavoro: chiamo Vanni e ne ragioniamo assieme. Il piano per la Vandelli era pronto, avevo pianificato le tappe, ma con pochi punti di appoggio ed allora decido di colpo di cambiare obbiettivo “facciamo la Via degli Dei da Bologna” dico al Vanni e lui dopo aver pensato qualche secondo in silenzio, mi risponde solennemente: “vai”.
E andiamo un lunedì di maggio, 5 giorni per percorrere 120 chilometri e 4000 metri di dislivello positivo, insomma non una bazzecola. La domenica ho preparato lo zaino, centellinando il peso (viaggia leggero!) e cercando di non dimenticare l’essenziale: fanno 7 chili sulla groppa, negli allenamenti li ho portati solo due volte per 15-18 chilometri.
Non capisco se basti, ma alle sei del mattino pesa quanto quello di un frigorifero industriale, e una vocina nella testa mi dice: “Sei sicuro?”
Il treno è poco affollato e quando sale Vanni ci mettiamo a parlare del lavoro piuttosto che della vita, intanto si procede verso Milano e da lì un Frecciarossa ci porta a Bologna: sono le undici passate da poco e la stazione, per quanto si cammina, pare un aeroporto; finalmente la luce esterna e la città. Aziono la app che ho provveduto a scaricare da alcuni giorni e che mi indicherà la via nei prossimi giorni; per ora mi indirizza verso i portici della Basilica di S. Luca la prima intensa salita di giornata, elevata a trecento metri sul monte della Guardia. La storia dice che i portici vennero costruiti con il passamano delle maestranze e mentre salgo con il mio peso sulla schiena mi meraviglio della nostra italica capacità e maestria, lungo questi quattro chilometri di arcate. Sorpasso pellegrini e famiglie, sfioro studenti che approcciano il disegno dello scorcio, infine arrivo in cima dove una croce mi avvisa che il mio pellegrinaggio è finito per ora ma avrò modo di capire che tutto il mio cammino sarà un percorso particolare. (foto2)


La basilica è una costruzione barocca che ha incorporato la struttura quattrocentesca e per me perde molto del suo fascino: scorgo solo una tela del Reni, poi mi allontano nel giardino sottostante e qui un fitta pioggia bolognese mi dà il benvenuto: Vanni ha indossato la giacca a vento, io apro il mio ombrellino, che copre circa il trenta per cento del corpo umano, ed alzo il cappuccio della felpa, scendiamo da S. Luca mentre mi informo sulla strada: debbo cambiare strategia, la via degli Dei presenta fango ci consigliano di affrontare questa prima frazione nella più consona via della Lana e della Seta. Oltrepassiamo la chiesa di San Martino (foto)

e percorriamo il parco della chiusa tutto nel verde e nel silenzio, camminando lungo il Reno che incrociamo al ponte degli Dei,

ammetto pensavo fosse un fiume con una portata più ridotta invece le recenti piogge lo hanno reso tumultuoso. Le acque ci faranno compagnia sino alla fine di questa prima giornata per noi a Sasso Marconi, controllo la mia app e un poco mi sconforto: mancano ancora 10 chilometri, fortuna che in maggio le giornate sono lunghe! Sbucando da un piccolo bosco troviamo un’industria che con gli Dei credo abbia poco a che fare: è un impianto chimico della Basf a ricordare che siamo anche una nazione industriale dobbiamo ricordarlo e gestire al meglio produzione ed inquinamento.
Qui troviamo anche la prima persona che sicuramente sta percorrendo la Via: vi posso assicurare che si riconoscono dallo zaino voluminoso e dall’incedere costante, e più avanti da altre caratteristiche che avrò modo di spiegare. E’ una ragazza giovane che partita in mattinata da Firenze percorrerà la via a ritroso verso la sua città dormendo in tenda; appare piuttosto affaticata non che io e Vanni dobbiamo sembrarle dei fiorellini. Ci trova seduti all’ingresso di palazzo Rossi (foto)

una struttura quattrocentesca che oggi ospita un hotel e ristorante; il mio compagno mi guarda come a dire “prenotato qui?” gli dico “un poco più avanti, tagliamo nuovamente il Reno e poi verso Sasso”. Il ponte di Vizzano (foto)

ha sostituito i passatori che nei tempi antichi, dietro compenso, traghettavano i viandanti ed i commercianti: si vede che è più vissuto rispetto al ponte degli Dei, la struttura prevede due grandi porte in pietra con tiranti su cui si innesta il ponte stesso. La mappa intanto non ne vuol sapere di consolarmi: per accorciare il viatico verso Sasso Marconi dovremo percorrere un tratto di statale, peraltro molto trafficata. Passa un’oretta circa, entriamo nella cittadina ed io scopro di aver prenotato un bed and breakfast nel nulla a due chilometri: a questo punto temo che il mio socio mi possa uccidere, occultando il cadavere nei boschi emiliani dopo averne fatto scempio.
Ma è buono e non lo fa, e neppure si lamenta.
E’ ormai quasi sera quando giungiamo all’agognata meta: abbiamo percorso 22 chilometri quasi tutti in pianura, l’agriturismo è un grosso casale agricolo dove si capisce subito che la prima attività è quella vinicola, almeno berremo bene; infatti la sera in un rapido giro della tenuta abbiamo occasione di vedere i filari e le bottiglie con le etichette dell’azienda: ci sembra che anche il vino abbia qualcosa di interessante da raccontare sul nostro viaggio, del resto fa parte della cultura e della cura del territorio.