di Vittorio Nicoli – prima parte.
(Seconda parte)
SECONDO GIORNO
Ci alziamo presto il mattino dopo, abbiamo tanta strada da fare per arrivare alla fine della seconda tappa: Madonna dei Fornelli dista 32 chilometri e non sappiamo ancora quanto dislivello. Mentre facciamo colazione con torta e yogurt arriva una chiamata al Vanni da parte di Pier che, abitando a Bologna, vorrebbe unirsi per un tratto alla nostra strana coppia. Io spingo Vanni ad accettare specialmente perché l’amico si offre di raggiungerci al B&B ed il mio cervello scala 2 chilometri dal totale.
Pier è un personaggio esuberante ed assolutamente preparato, addirittura più del sottoscritto, ad ogni evenienza sul tracciato, sia essa interna o esterna; parte con uno zaino che pesa quasi quanto il mio e mi domando come farà. Percorriamo un lungo tratto in salita denominato contrafforte pliocenico (foto) ed in effetti ha un aspetto per me assolutamente nuovo e sconosciuto fatto di strati di roccia modellata dal tempo.

Il percorso infine si apre su uno scenario di prati ordinati e coltivati ed ha come sfondo la basilica di S. Luca ancora ben visibile, aggiriamo il monte Frate e di fatto siamo a quella che doveva essere la vera destinazione della prima tappa: Badolo. (foto)

Pier continua a scortarci nella speranza di raggiungere Monzuno cosa che io ritengo un poco pretenziosa: sono circa 20 chilometri dalla partenza e lui deve far ritorno alla macchina lasciata lungo una piazzola della statale a Sasso; ovviamente non mi faccio i fatti miei e glielo dico proprio mentre sorpassiamo una bella coppia di padre con figlio adolescente. Li osservo e li invidio: non ho mai pensato di saper gestire una situazione del genere e non l’ho mai affrontata ma quante cose potranno dirsi e quanto quel ragazzino un giorno potrà dire di aver vissuto con il padre.
Intanto la guida della app mi suggerisce di evitare Brento per i lavori sulla via e noi obbediamo grati di schivare alcuni chilometri, Vanni gongola della strada in meno, io sto zitto. Pier a questo punto ci saluta e gira sui tacchi, noi poco dopo troviamo l’asfalto con un minaccioso cartello di pendenza al quindici per cento e dopo una lunga sorsata d’acqua attacchiamo il tratto. Proprio mentre spiana mi accorgo che non c’è più il sole anzi…un bel temporale ci coglie, venti minuti di pioggia intensa, troviamo un riparo fortuito e mangiamo due barrette. Si riparte appena il fortunale dà tregua e si raggiunge dopo quasi due ore il centro di Monzuno, cittadina abbarbicata sugli appennini. Dico al Vanni che ci aspetta l’osteria dei ragazzi sulla piazza principale dove giungiamo un poco provati soprattutto il sottoscritto ormai a secco di acqua da diverso tempo.
Qui un bel primo per il mio socio ed una bistecca impanata con patatine rallegrano la giornata mentre un altro avventore di nazionalità straniera ci scruta: sicuramente percorre la Via come noi ma ha una invidiabile aria riposata; mentre mangio lo osservo deve essere un tedesco, mostra una gentilezza quasi avita e riparte ben prima di noi. Il locale è accogliente come le vecchie osterie di paese ma ovviamente aggiornate 2.0 e noi ci dilunghiamo nel discorrere del Pier che ci ha lasciati e sta tornando nella Dotta e della cittadina che ci ospita, un centro che si sta un poco spegnendo probabilmente sostenuto nella sua resistenza dai viandanti e camminatori come noi.
La ripresa ci porta quasi subito innanzi ad una casa di cura fuori paese ed io la fotografo (foto) per la mia futura degenza nella tarda senilità: oggi – visto che percorro così tanta strada – sono ancora un giovinetto, Vanni mi deride senza pietà.

Prendiamo il sentiero Cai che costeggia il monte Venere e attraverso un bellissimo castagneto ci indirizziamo verso Le Croci e monte Galletto: per la prima volta facciamo un incontro spiacevole con il fango – non sappiamo ancora che ci farà tanta compagnia! – e spingendo con fatica arriviamo alla prima località dove volendo, in estate, si può scendere verso valle con il deltaplano. Qui abbiamo un secondo incontro, questa volta invero piacevole, con un distinto signore che ci ferma e si presenta: è l’autore delle vignette appese agli alberi, delle panchine colorate e della piccola manutenzione di quel tratto di Via, cura un sito dove chiede di poter pubblicare una nostra foto assieme anche al signore tedesco dell’osteria e così immortaliamo il momento nel tempo eterno dell’amicizia. Si chiama Duilio Cama ed ha un bel pizzetto che sormonta un viso serio con occhi luminosi, è vestito in modo impeccabile, ha un che di affascinante. Il cuore adesso è leggero e quando sorpasso un albero con il cartello “abbracciami forte” scoppio a piangere: il ritorno alla natura come ritorno a noi stessi. (Foto2)


E siamo in cima a monte Galletto parco eolico con quattro grandi rotori per produrre energia pulita e al centro un grande organo a canne che con il vento suona la musica degli Dei: è un altro momento di raccoglimento spirituale nel silenzio rotto solo dal ruotare armonico delle pale. (foto)

Scendiamo verso Madonna dei Fornelli, la tappa da 32 chilometri è vinta con 1700 metri di dislivello, per noi ha il sapore di una piccola impresa eppure c’è ancora una storia da narrare e la si legge in località Collina. Narra del povero Tito che nel novembre del 1940 partì per S. Benedetto val di Sambro per preparare i documenti del suo matrimonio, ma sulla strada del ritorno fu colto da una nevicata prematura e perse la vita. Penso ai miei genitori: erano appena nati e quel mondo duro e di guerra lo hanno affrontato, mentre per noi e per i nostri figli si perde nella nebbia dell’oblio. Morire per una nevicata pare folle oggi eppure…
Poco prima dell’arrivo ci concediamo anche una piccola avventura degna di veri esploratori da discount.
Il sentiero, divorato dal fango, sparisce dentro un bosco fitto e l’app inizia improvvisamente a girare su sé stessa come un piccione impazzito.
Io e il mio amico ci guardiamo.
“Secondo me siamo fuori strada.”
“Anche secondo me, il telefono non ha idea di dove andare…”
Proviamo quindi a seguire un’indicazione bianco-rossa sbiadita su un albero, e nel giro di dieci minuti ci ritroviamo davanti ad una vecchia cascina abbandonata con una porta che sbatte nel vento. In quel silenzio umido da film horror di provincia alla Pupi Avati, persino Vanni abbassa la voce.
Poi, dal nulla, compare un cane gigantesco.
Ci fissa.
Noi fissiamo lui.
Lui abbaia.
Io allora valuto rapidamente se sia il caso di fuggire a gambe levate nel bosco, lasciando Vanni come diversivo.
Per fortuna, subito dietro al cane compare un anziano contadino con cappello e stivali infangati.
“La via degli Dei?” chiede sorridendo, col fare di chi è abituato a podisti dispersi. “Siete lunghi di quasi un chilometro”
Al che ci rimette sulla strada giusta con la flemma di chi ha visto per anni stuoli di pellegrini smarriti spuntare dal bosco come funghi dopo la pioggia.
Quando ripartiamo, Vanni scuote la testa: “Se sopravviviamo a questa giornata, possiamo arrivare tranquillamente a Firenze”.
Io assento, avendo la salivazione azzerata che mi impedisce di profferire parola, dopo questa avventura tragicomica finita a tarallucci e vino…
Il sole sta scendendo fra i monti e all’hotel la titolare ci accoglie con modi spicci ma simpatici e, visto che siamo due vecchietti semidistrutti dalla fatica, decide di cambiarci la camera e sistemare diversamente due ragazze appena giunte; noi sorridiamo e prenotiamo una pizza nel locale di fronte.