da Giovanni Ollino | Ago 31, 2026 | poesie
Ed ecco l’ultima poesia per questo mese della collega Chiara Casale, che ringraziamo di cuore per l’attenzione dedicata al nostro sito. Buona lettura!
di Chiara Casale
Il Carillon
C’era una volta un carillon posto in bella mostra in una bottega di nome Pappion.
All’interno, sua abitante, viveva una ballerina dal talento strabiliante, che ogni giorno di ogni dì danzava sulle sue dolci note, posata lì.
Un giorno, un passante, incantato da quella melodia così invitante, entrò nel piccolo negozietto, in cerca dell’oggetto, responsabile di quel suono così perfetto e una volta trovato il carillon, immediatamente lo comprò, poiché si era innamorato a prima vista della dolce ballerina e di quella danza unica e divina. Così dall’incontro di due cuori diversi e indipendenti, quel giorno nacque un amore senza precedenti.
Ogni notte dalla sera alla mattina, per ore e ore, l’uomo, guardava danzare la sua ballerina e, cullato dalle note di quella melodia, si lasciava guidare in un sonno di serenità e armonia. Da quando il carillon aveva acquistato, si sentiva così cambiato, e per molti anni quella musica e quell’amore riuscirono a colmare ogni suo dolore.
Ma come per tutte le cose più belle di questa vita travagliata, nessuna dura per sempre se viene trascurata. Come oggetto, il carillon aveva bisogno di una costante manutenzione e come donna, la ballerina aveva bisogno della giusta attenzione, ma purtroppo un giorno, all’improvviso, quell’uomo che credeva di aver trovato con loro il paradiso, si dimenticò della ballerina il sorriso. Così lasciati arrugginire, lei smise di ballare e il carillon, la musica, eseguire.
Tornato al triste silenzio della realtà, il passante prese il carillon e lo gettò tra i rifiuti della città. Come un vecchio e inutile straccio usato di cui non si ricorda nulla, neanche il motivo per cui lo si ha comprato. Finché un giorno, passando davanti ad un negozio di antiquariato, l’uomo udì di nuovo quel suono di cui una volta si era innamorato, e fu così che una volta entrato, rivedendo la sua ballerina, splendente su quel piedistallo argentato, si ricordò di quella felicità che aveva ricevuto e abbandonato.
Assolutamente certo di rivolerlo acquistare, chiese al commerciante quale fosse il prezzo da pagare. “Questo oggetto non è in vendita, ma tutto il resto si può acquistare”. Pensò che fosse una strana risposta da dare e perciò chiese ancora “ Perché proprio solo questo oggetto non si può compare?”.
Lui gli spiegò con aria beata che l’aveva trovato per strada tra altra roba rifiutata, e che, affascinato dallo splendore delle sue rifiniture, lo aveva restaurato eliminandone tutte le brutture. L’intenzione era di venderlo, ma non appena riprese a suonare e la ballerina ricominciò a danzare, il suo cuore si riempì di una gioia che mai la vita gli aveva fatto provare. E fu allora che capì cosa fare, mai più nessuno avrebbe impedito a quella ballerina di ballare. Da quel giorno decise che come un tesoro quel carillon sarebbe stato, da lui custodito, in modo che tutti, per sempre, il suono della felicità avrebbero udito.
da Giovanni Ollino | Ago 23, 2026 | poesie
di Chiara Casale
Il Fiore Lunare
Nell’immenso ed imponente oceano pacifico,
c’era una piccola isola popolata da fiori dall’aspetto magnifico.
Erano fiori di una bellezza abbagliante ed emanavano una luce radiante.
Chiunque da quelle parti si trovasse di passaggio,
non mancava di rendere all’isola omaggio.
Si narrava che i fiori portassero grande fortuna a chi li cogliesse,
così come a coloro che in dono li ricevesse.
Questi crescevano e splendevano grazie al calore della luce solare, tutti,
tranne uno, che sbocciava solo di notte, quando il sole iniziava a calare.
Si trattava di un fiore davvero speciale: il giorno dall’aspetto brutale,
la notte meraviglioso, ma dal profumo letale.
Con il sole appassiva ed era privo di ogni splendore,
trascurato ed evitato, nessuno gli mostrava ammirazione.
Con la Luna, invece, stupendo fioriva, quando, però, ogni altro fiore dormiva.
Gli animali notturni dal suo pericoloso odore si tenevano lontani,
così anche i più coraggiosi esseri umani.
Solo la Luna gli teneva compagnia e con lei si sentiva compreso, in armonia.
La notte, lei, gli dava conforto quando lo vedeva triste e nei pensieri assorto.
Gli diceva con tono rassicurante “Sei unico, non come le altre piante. Il
fiore più fortunato. Se il giorno fossi come gli altri, ti avrebbero già strappato”.
Il piccolo fiore faticava non poco a credere a quelle belle parole,
dalla Luna si sentiva apprezzato, dall’universo, invece, umiliato.
Lui agli altri fiori voleva assomigliare e con loro, almeno una volta, sbocciare.
Così, una notte, alla Luna rivolse una preghiera,
di conservare il suo aspetto reale, per poche ore di luce solare.
La Luna a malincuore, accontentò il suo amico fiore.
Ma con l’avvertimento che il sortilegio sarebbe durato
solo fino a quando il sole non fosse tramontato,
inoltre finché l’incantesimo fosse esistito,
nessuno il suo veleno avrebbe avvertito.
Il mattino seguente, con sua grande sorpresa, non era appassito,
ma era sveglio, bellissimo e fiorito.
Intorno a lui la natura era incantevole e nulla era sfiorito.
“Quando sei sbocciato? Perché non ti abbiamo mai notato?”
Iniziarono gli altri fiori a domandare.
Lui con gentilezza non esitava a spiegare:
“Per la verità Sono un fiore Lunare, di norma solo con la luna posso sbocciare,
voi mi conoscete come un fiore appassito ed oggi per la prima volta sono fiorito.”
Gli altri fiori, invece di sembrare dalla sua storia incuriositi, dissero infastiditi:
“Anche se la magia ti ha permesso di sbocciare, davvero credi di poterci assomigliare? Sei pallido e non puoi brillare, forse solo sfortuna puoi portare!”
In un attimo, il piccolo fiore si sentì smarrito,
e da quelle parole davvero ferito.
Come potevano creature dall’aspetto così incantevole,
avere un animo tanto spregevole?
Poi d’un tratto, all’improvviso, un fiore vicino a lui venne reciso.
Erano arrivati gli umani visitatori, armati di forbici per recidere i fiori.
Quelli che con lui erano stati cattivi, ora tremavano, zitti ed impauriti.
I più luminosi, di colpo, strappati, diventavano, uno ad uno, oggetti inanimati.
Il piccolo fiore terrorizzato, fissava la scena, pregando di essere ignorato.
E quando, anche lui, stava per essere tagliato, qualcuno urlò:
“Non toccatelo, è un fiore avvelenato.”
L’arrivo del tramonto l’aveva salvato, perché il veleno era ritornato.
Quella stessa notte il fiore raccontò alla Luna la sua avventura.
Le disse che proprio la sua unicità lo aveva aiutato e
che mai più nessun altro fiore avrebbe invidiato.
Finalmente, si sentiva orgoglioso di essere un fiore lunare, e da quel giorno
la sua rarità imparò ad amare.
da Giovanni Ollino | Ago 17, 2026 | poesie
L’ Ansia e la Quiete
di CHIARA CASALE
La storia che vi voglio raccontare non è una delle solite che si sente narrare.
È la storia di due anime inquiete senza pace e senza mete.
La storia di un incontro straordinario e raro dal sapore un po’ dolce e un po’ amaro, di due occhi neri e di una folta frangia: questa storia ha inizio con una bimba di nome Ansia.
Non era proprio una bambina comune, poiché ad ogni forma di divertimento era immune.
Non giocava con le bambole e non riusciva a essere di compagnia, così con discrezione, degli altri bambini si dilettava a seguire la scia.
Per quanto tentasse di farsi apprezzare non c’era nessuno che la riuscisse ad amare. In sua presenza tutti avvertivano una strana e fastidiosa sensazione alla pancia, che ben presto soprannominarono proprio Ansia. Così, invece di interagire con lei o provare a capirla, la allontanavano perché, per loro, era impossibile gestirla.
Triste e umiliata, Ansia divenne arrabbiata.
Comprese che forse la sua vocazione era infondere fastidio e tensione.
Con il passare degli anni, dalla fanciullezza alla maggiore età, Ansia, collezionò insofferenza e diffidenza a volontà.
Una notte d’autunno, costellata da mille comete, andò a scontrarsi con un giovane uomo, il cui nome era Quiete.
“Scusatemi signorina,” disse l’uomo, dimostrandole insolita cortesia, “stavo guardando il cielo e della vostra presenza non ho avvertito la scia, non l’ho fatto apposta credete, lasciate che mi presenti, il mio nome è Quiete“. Ansia lo guardò con circospezione, perché a quest’uomo la sua presenza non causava tensione?
Così, sempre con sospetto, gli rispose di getto: “Signore dovreste fare più attenzione, riprendo il mio cammino, perché non è prudente starmi troppo vicino. Chi mi sta intorno avverte sgradevoli sensazioni alla pancia, questo perché il mio nome è Ansia“.
L’uomo invece di sembrare turbato, le sorrise e disse con tono pacato:
“La vostra presenza non turba affatto la mia esistenza, al contrario è un piacere fare la vostra conoscenza. Per scusarmi della mia distrazione, posso offrirle la colazione?“
Anche se titubante, Ansia accettò l’invito di quell’uomo affascinante. Così da una colazione alle prime luci del mattino, seguirono molti eventi, molto più di un solo cappuccino.
Da un incontro casuale nacque un legame speciale, Le loro storie, sebben diverse, erano similari, nessuno dei due era mai stato capito dai suoi pari.
La calma di Quiete e la sua posatezza, negli altri generavano noia e freddezza. A quanto pare il mondo rifiutava l’eccessivo tormento e la troppa pace, pertanto da entrambe le emozioni era fugace.
Ansia e Quiete erano universi unici e solitari in un mondo di cuori confusi e amari. Per 7 anni dopo il loro incontro, vissero la loro vita uniti e soli, con il mondo sempre contro.
Sulle sponde di un remoto lido avevano costruito il loro accogliente nido.
Lui l’Ansia di lei placava e lei, talvolta, la Quiete di lui infiammava.
Tutto ciò che mancava per completare il loro duetto era la nascita di un frugoletto.
In una notte dal cielo stellato, simile a quella del loro scontro fortunato, Ansia mise al mondo due pargoletti, Equilibrio e Serenità, gemelli perfetti.
Diventati abbastanza grandi per capire, i bambini, curiosi, chiesero ai genitori di poter, il mondo, scoprire.
Così Ansia e Quiete, sapendo di non poter tenere, per sempre, gli altri uomini lontani, decisero di fare ritorno tra gli altri esseri umani.
Una volta tornati in città, temevano della gente la diffidenza e la crudeltà.
Ma contro ogni loro tetra previsione, per i due bambini, nessuno provava ostilità o avversione.
Equilibrio e Serenità insegnarono all’uomo ad amare le loro straordinarie peculiarità.
Le cose iniziarono a cambiare ed il mondo diventò presto un posto migliore in cui abitare.
Nei giorni futuri, davanti ad una forte preoccupazione, l’umanità imparò a trovare il suo equilibrio per gestire la situazione, mentre nei momenti di eccessiva irritabilità, si sforzò di non perdere mai la serenità.
da Giovanni Ollino | Ago 7, 2026 | poesie
Proseguono le poesie di Chiara Casale, che questa settimana ci fa riflettere sul tema del tempo e della sua importanza. Grazie dell’attenzione e buona lettura.
L’orologiaio
Di Chiara Casale
Nel paese di “Facciam quel che ci va”, c’era una volta, un orologiaio, dotato, ovviamente, di estrema puntualità.
Era molto stanco della vita che conduceva, perché in quel paese nessuno faceva quello che doveva.
Ogni ritardo era tollerato e mai un appuntamento rispettato.
A chi interessava più che l’orologio davvero segnasse le ore, l’importante era che resistesse almeno all’acqua e al forte calore. Doveva leggere i messaggi e contare le calorie consumate e a nessuno importava, davvero, che le lancette fossero funzionanti o rovinate.
Così Il tempo veniva continuamente sprecato. Situazione che per un orologiaio era, ovviamente, un terribile peccato.
Del suo lavoro aveva perso interesse ed ogni giorno si chiedeva perché in quella città rimanesse.
Ogni cliente giunto in negozio dopo l’orario di chiusura, era per l’uomo seccante, come una piccola puntura.
Quando un dì, precisamente un martedì, rimase senza pazienza, meditò, all’improvviso, una idea geniale, dare ai suoi concittadini una bella lezione da imparare.
Di tutto il paese, per un giorno, gli orologi avrebbe fermato, e, così, un po’ di caos avrebbe creato.
Una notte uscì di casa incappucciato ed aprì tutte le porte in città con talento innato, dal pendolo più grande all’orologio da polso più piccino, fermò tutte le lancette del paese senza emettere il minimo rumorino. Poi soddisfatto del lavoro compiuto, andò a letto tutto compiaciuto.Tra i morbidi cuscini, euforico per la riuscita missione, prese un’ulteriore decisione.
Il giorno seguente avrebbe scioperato, consapevole che proprio l’indomani, il suo lavoro sarebbe stato più che apprezzato. Come previsto, la mattina seguente, lo scompiglio. Nessuna sveglia aveva suonato, nessuno si era svegliato, il tempo si era davvero fermato.
Così tutti i cittadini che fino a quel momento l’orologio avevano ignorato, si resero conto che mai così tanto, come quel giorno, la sua funzione avevano desiderato.
Unica soluzione era recarsi dall’orologiaio senza esitazione. Ma una volta giunti alla piccola bottega, ad attenderli, ecco, una serranda chiusa ed una spiacevole sorpresa.
Sulla porta un messaggio era stato lasciato, scritto dall’orologiaio con tratto accurato: “Signori e signore mi scuso per il disagio, oggi il tempo non sarà vostro privilegio, ma mio esclusivo agio, non lavorerò per 24 ore, così magari imparerete a rispettarne il valore, perché il tempo è bene prezioso con durata limitata, e la sua immensa importanza non va trascurata.”
da Giovanni Ollino | Ago 2, 2026 | poesie
Di Chiara Casale
Ospitiamo con grande piacere, da questa settimana e per tutto il mese di agosto, le poesie dell’amica e collega Chiara Casale, che ringraziamo.
Chiara ci descrive in rima i suoi pensieri, i suoi stati d’animo e le sue fantasie. Buona lettura!
I 4 treni
Sono sicura che nessuno sa, uno dei più grandi segreti che questa terra ha. Tanto tempo fa, vennero costruite 4 linee ferroviarie, per 4 treni con fermate poco ordinarie. Erano treni che si incrociavano costantemente, e sopra le persone, ignare, ci salivano continuamente. Non erano visibili all’occhio umano e non potevano, nemmeno, essere toccati con mano.
Ma la loro presenza era in qualche modo percepita e da tutti fortemente avvertita.
C’era il treno dell’Onestà, che fermava a Rispetto, Pazienza e Generosità.
Poi Il treno della Tristezza, le cui fermate erano Solitudine, Delusione e Amarezza.
Seguiva quello della Disonestà, il più pieno delle città, con le stazioni di Egoismo, Maleducazione e Ostilità.
Ed infine c’era il treno che più di rado passava e che solo poche volte si fermava, soltanto se lo riuscivi a percepire ci saresti potuto salire; le sue fermate erano la Speranza, la Quiete e la Serenità: ecco, la linea della Felicità.
Ogni giorno a seconda della giornata, che la gente fosse triste, paziente, ostile o innamorata, sarebbe, comunque, salita ad una fermata.
Un giorno, al capolinea di ogni stazione, arrivò un’improvvisa ed importante comunicazione.
I quattro capotreni erano stati convocati dalla Grande Stazione. L’importante istituzione li chiamava con urgenza, per una questione d’emergenza. A causa di gravi problemi finanziari, una linea sarebbe stata soppressa dai binari.
La sorte avrebbe deciso il treno destinato, quale sarebbe stato il treno sfortunato?
In fondo, ogni treno svolgeva un importante attività.
Per esempio, quello dell’onestà impediva a quello della disonestà di prendere il controllo della città, portando caos qua e là.
Il treno della tristezza aiutava l’uomo ad apprezzare fortuna e bellezza. Inoltre se avesse smesso di funzionare, anche la felicità avrebbe smesso di passare.
Senza dubbio, la linea della disonestà non poteva essere eliminata, essendo, purtroppo, quella più affollata.
Infine, facile intuire l’immensa utilità del treno della felicità, nonostante il suo passaggio fosse scarso ed incostante, esso restava il treno più importante.
Dopo un’attenta riflessione, fu subito chiaro che non aveva senso procedere con l’estrazione, così venne presa un’altra decisione.
Sospendere ogni settimana una linea a rotazione e valutare, in seguito, per una decisiva cancellazione.
Così i capotreni accettarono a malincuore la decisione.
Dopo 4 settimane di valutazione, i dati mostrarono la seguente situazione:
Nella prima settimana di sospensione, il treno dell’onestà subì l’interruzione, con la conseguente diminuzione del passaggio della felicità, ed un radicale aumento di tristezza e disonestà. Nella seconda settimana, quando toccò alla tristezza, i dati mostrarono, con chiarezza, un aumento importante di spensieratezza e felicità, ma ancora troppi erano i passaggi della disonestà. Quando fu poi il turno della linea disonesta, la gente sicuramente divenne più onesta, ma anche di troppa gioia assuefatta e senza tristezza sembrò matta.
Al contrario, nella quarta settimana, nel mondo scoppiò una crudeltà disumana, quando la felicità venne resa vana.
Alla fine del periodo di sperimentazione e di sondaggi, fu chiaro a tutti l’impossibilità di eliminare anche solo uno dei 4 viaggi.
Ogni treno era essenziale, per cui doveva in qualche modo passare.
Così, per diminuire i costi di gestione, alla fine fu presa un’ultima decisione. I passaggi della tristezza e dell’onestà vennero mantenuti invariati, quelli della disonestà sufficientemente diminuiti, mentre quelli della felicità discretamente aumentati.
In questo modo ogni uomo, ogni giorno, si sarebbe rispettato o lamentato, odiato o amato, scendendo e salendo da un treno invisibile, che nella vita è sempre e comunque inaspettato.