di Lara Pellerino – terza e ultima parte.

Si conclude oggi il bel racconto di Lara: confidando nel Vostro apprezzamento, ringraziamo tutti per l’attenzione.

Il paese continuava a osservare da lontano, ma lentamente qualcosa stava cambiando: una vecchia contadina portò in dono una cesta di uova e i suoi centrini, un uomo taciturno offrì un motocoltivatore arrugginito “Era di mio padre” disse “se riuscite a farlo partire, usatelo.”
Le voci correvano veloci. Una maestra del paese vicino li contattò per organizzare una
visita con gli alunni durante i campi estivi di luglio.
Una sera di giugno, il cielo stellato si stendeva su Bergolo come una coperta sottile. Enea, sorseggiando un bicchiere di buon barbera di una cantina locale, disse:
“Hai creato qualcosa che dura, che resta nella pelle.”
Bianca raccolse un pugno di terra, la strinse tra le mani e rispose: “La terra è la più grande eredità che abbiamo, perché non è solo nostra: è anche di chi verrà dopo. Voglio recuperare le tradizioni contadine e dare un nuovo significato alla parola progresso, costruendo una rinascita agricola, culturale e sostenibile. Spero di riuscire a coinvolgere, con il nostro esempio, tutta la comunità locale.”
Sotto quello stesso cielo, vent’anni prima, suo papà le aveva raccontato due aneddoti di
guerra che non aveva mai dimenticato e che con grande emozione volle condividere con
Enea.
“Tuo nonno, durante la Prima guerra mondiale, era solo un ragazzino. Una notte, sperduto in montagna e senza acqua, fu costretto a bere la sua pipì per sopravvivere. Non lo raccontava quasi mai, quasi se ne vergognasse, ma se non fosse stato per quel gesto, oggi io non sarei qui. Quando me lo raccontò, sussurrava, come se ancora stesse rivivendo quel momento, come se ancora avesse sete”
“Durante la Seconda guerra mondiale, invece, i nonni proteggevano i partigiani,
nascondendoli nella cantina sotterranea a cui si accedeva tramite una botola scavata nel
pavimento. Sopra la botola c’era un grande tappeto, e su di esso mettevano la mia culla: un neonato a vegliare la vita di chi combatteva per la libertà, con la speranza ogni volta che i nazisti andassero oltre. Il sangue si gelava a ogni perlustrazione. Se li avessero scoperti, sarebbe finita per tutti. Anche per me”
Enea ascoltava Bianca come si ascolta un fuoco che arde: il coraggio di quei nonni e quello moderno di Bianca si intrecciavano. Lei combatteva contro la società dell’apparenza, degli influencer, di TikTok, di Instagram, scegliendo la vita dura e silenziosa della campagna, scegliendo una vita con radici vere e profonde.
Passarono i giorni e finalmente arrivò la prima visita, la prima Giornata della Memoria
Contadina, la prima vera fioritura del sogno di Bianca.


Il 5 luglio, alle nove in punto, giunse la prima scolaresca. Regalo più grande non poteva
desiderare nel giorno del suo compleanno.
Bambini vivaci e chiassosi correvano nel cortile con le loro scarpe colorate, sembravano
tante piccole farfalle.
La maestra si avvicinò a Bianca.
“Signora, mi scusi… tra i bimbi c’è Leonardo, cieco dalla nascita.”
Una grande emozione pervase Bianca. Senza fare domande, si avvicinò a Leonardo, si
inginocchiò accanto a lui, gli prese le mani e, guardandolo nei suoi grandi occhi grigi,
tremendamente uguali a quelli del suo papà, gli disse con dolcezza “Non perderai nemmeno un dettaglio, ne sono certa. Tu riuscirai a vedere tutto.”
Mentre Enea intratteneva gli altri dodici bambini con la visita alla stalla, Bianca si dedicò
a Leonardo, raccontandogli ogni cosa: la storia della sua casa, i ricordi, la vita dei nonni,
l’esperienza delle guerre. Lo portò sopra la botola della cantina segreta e gli raccontò
l’aneddoto della culla. Leonardo sorrideva felice e gli occhi di Bianca si colmarono di
lacrime gioiose.
Poi lui chiese piano:
“Il tuo papà quindi vedeva il mondo come me?”
“Sì” rispose lei “Ma lo capiva meglio di tanti altri”
Insieme poi si unirono agli altri bimbi, entusiasti e pronti per la merenda: uovo sbattuto
fresco e gallette integrali fatte in casa, mentre gli anziani del paese erano pronti a raccontare la loro vita nei campi, decantando quella terra che li aveva tenuti vivi. Per loro non c’erano diamanti o metalli preziosi, né beni di lusso: c’era solo la Terra.
E che bello, quando le prime manine si alzarono per fare domande, rompendo quel silenzio denso e attento!
Il cuore di Bianca galoppava felice: sentiva che radici vere stavano crescendo.
La memoria del cuore stava trasmettendo valori, e il suo progetto, che non voleva essere un elogio della nostalgia, stava prendendo la forma giusta: un ponte tra le generazioni, la possibilità di ridare alla campagna la sua importanza e identità.
Le storie raccontate da chi aveva coltivato la terra con sudore, silenzio e speranza,
diventavano un messaggio di fiducia negli occhi vivi dei bambini, pieni di gratitudine.
E mentre si avvicinavano all’orto dei piccoli, Bianca ed Enea intonarono una canzone con
cui erano cresciuti, riadattata al loro progetto:
“Per fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il bosco
Per fare il bosco ci vuole il monte
per fare il monte ci vuol la terra
per far la terra ci vuole un fiore
per fare il fiooore ci vuole il seme…
e quel seme è la memo – ri – a”


Enea si avvicinò a Bianca: “Hai ridato voce a questa terra, e a quelle mani grandi e rugose che ci hanno permesso di avere tutto ciò che vediamo intorno. La tua terra ha ritrovato la sua anima.”
A fine giornata, non potevano mancare le foto con la sua vecchia Polaroid: un ricordo per ciascuno, e per lei la possibilità di appendere quelle immagini ai muri di casa, per iniziare a scrivere una nuova storia di continuità.
Leonardo, tenuto per mano dalla maestra, si voltò verso Bianca.
“Ora so com’è fatta la tua terra che sento anche un po’ mia” le disse sorridendo “Ci vediamo a settembre per la vendemmia, allenerò gambe e piedi.”
Bianca rise piano, con il cuore leggero.
Sentiva che il sogno era compiuto: la sua casa era tornata viva, piena di voci, di mani e di
futuro.


Alzò lo sguardo al cielo e sussurrò:
“Hai visto, papà? Il seme è germogliato”

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