di Lara Pellerino – seconda parte

Bianca salì sul lungo balcone perimetrale che, a parte qualche rinforzo, non era stato
trasformato dagli inglesi. Lì ritrovò la memoria, le radici, l’amore famigliare, la sua storia,
quella della sua famiglia e la storia collettiva di molti: guerre, perdite, emigrazione rurale, tutto ciò che suo padre le aveva raccontato.
Non era più il B&B di lusso che compariva online. Era di nuovo casa. Quella casa che
aveva visto i suoi primi passi, le ginocchia sbucciate durante le prove in bicicletta, le
nocciole mangiate col nonno, che con le mani nodose le insegnava il mestiere imparando a distinguere una ad una quelle piene da quelle vuote da scartare. Sentiva ancora il profumo del pane appena sfornato dalla nonna e ancora vedeva le galline correre e i conigli saltare per sfuggire al loro destino. Il sogno di rinascita stava finalmente prendendo forma: un
sogno lungo una vita, uscito dal cassetto foderato di nostalgia.


I nonni avevano cresciuto sei figli con il duro lavoro dei campi. Tra loro c’era Fiorino, suo
padre. A tredici anni perse definitivamente la vista. Le nocciole prodotte ogni anno e
vendute alla più grande azienda produttrice di crema di nocciola avevano permesso ai nonni di mantenere una famiglia di otto persone e mandare il piccolo Fiorino a Bologna, dove imparò il braille e studiò al ginnasio. “Quando ho lasciato Bergolo” diceva “portavo con me l’odore della terra bagnata. Non ho mai smesso di sentirlo.”
Ora quella terra tornava a vivere anche per lui!


La terra come radice, la memoria come seme, la collaborazione come linfa.
La mattina successiva, Bianca si era svegliata prestissimo per godere dell’alba, indossò un paio di vecchi jeans e iniziò a pulire casa che aveva bisogno di tutto, ma soprattutto di un amore sincero, puro e reale.
I pochi rimasti nel Paese, per lo più anziani, la osservavano con sospetto: nessuno aveva
fiducia in lei, nessuno credeva davvero che ce la potesse fare “Una giovane urbana
internettiana, mah…” dicevano.
A tratti Bianca si sentiva sola, ma arrendersi non era un’opzione. Ogni mattina lavorava
con le mani nella terra: piantava semi, sistemava recinzioni, recuperava attrezzi lasciati
marcire nel capanno.
Aveva già provveduto ad inviare la richiesta per registrare l’attività come fattoria didattica e inserito un’inserzione sul blog “Radici Future” che parlava del suo progetto.


Poi, una sera di fine aprile, arrivò una mail.
“Buonasera. Mi chiamo Enea. Ho letto del suo progetto in un forum sull’agricoltura
rigenerativa. Ho 35 anni, ho lasciato il mio lavoro da tempo e da allora giro l’Italia cercando posti veri dove imparare, lavorare e contribuire. Non cerco stipendio. Cerco senso. Se ha bisogno di mani e di cuore, arrivo.”
Bianca non rispose subito. Rilesse più volte quel messaggio. Non riusciva a distogliere la
mente da quelle due parole: cerco senso. La mattina successiva cliccò il tasto “Rispondi” e dopo pochi secondi il tasto “Invia”.
Quando Enea arrivò, portava con sé uno zaino, una tenda canadese e un sorriso luminoso.
Era alto, con capelli scuri legati dietro la nuca e occhi che sembravano appartenere a
un’altra epoca.
Si presentarono con una stretta di mano lunga, senza bisogno di troppe parole.
Iniziò a lavorare il giorno stesso, senza chiedere nulla. Ogni gesto era misurato, ogni passo sembrava conoscere già quei luoghi. Una mattina, osservando un vecchio albero di melo, disse:
“Questo l’hanno innestato a mano. Vedi il punto? Lo facevano così nel secondo
dopoguerra. Mio nonno faceva lo stesso con le viti che aveva moltiplicato nel giardino di
casa.”
“Anche tu sei figlio della terra?” chiese Bianca.
“No, ma sono stanco di perderla.”
Un’anima affine, antica. Credeva nei valori autentici, rifiutava il consumo rapido e cercava senso nelle cose vere.
Insieme recuperarono i muretti a secco, ricrearono l’orto sinergico, liberarono il pollaio dai rovi, pulirono i noccioli, ristrutturarono la vecchia legnaia e realizzarono uno spazio per accogliere i visitatori: tronchi come sedute, vecchi banchi e una lavagna in ardesia
recuperati dall’abbandonata scuola del paese. Sulla lavagna, Bianca scrisse:


Benvenuti a Casa Fiorino: la fattoria della memoria


“Non è tornare indietro” esternò “è tornare in profondità.”
Bianca e Enea sistemarono la vecchia stalla – che era stata trasformata dagli inglesi nella
sala colazioni – per ospitare animali salvati o abbandonati. Nel corso del mese di maggio,
trovarono abbandonati di fronte al cancello una volta Susi una capra cieca, un’altra Stan e Onlio due asinelli, ma la famiglia piano piano crebbe accogliendo anche Osvaldo un alpaca zoppo, Cocca una gallina americana, Jack un gallo cedrone troppo chiacchierone e Gino un cane da caccia ormai vecchio. Non erano animali da mostrare, ma esseri viventi da rispettare e accudire.
Ogni bambino in visita avrebbe potuto imparare la differenza tra “possedere” un animale e “prendersene cura” con rispetto.
Accanto alla stalla sorsero piccole casette per coccinelle e api, con storie e curiosità dipinte sopra, per insegnare l’importanza di queste minuscole creature.
Vicino all’orto sinergico nacque l’orto dei piccoli: uno spazio dove ogni bambino potesse
piantare un seme, curarlo, dargli un nome e tornare nei mesi successivi a vederlo crescere.
Insegnare che la pazienza è un valore e che la terra restituisce solo se rispettata. Il ciclo
della vita così non si studiava più solo sui libri.
Non poteva mancare la raccolta dei frutti di stagione: un momento condiviso, durante il
quale Bianca voleva raccogliere anche le storie degli anziani del luogo, storie di quando il grano valeva più del denaro, storie di contadini che un tempo zappavano la terra con il
fucile ancora caldo nell’armadio. I loro racconti sarebbero stati trascritti e appesi, creando una biblioteca rurale della memoria contadina.
Ogni attività avrebbe avuto un momento pratico, uno di ascolto e uno di racconto: storie di semi antichi, di raccolti condivisi, di mani sporche e cuori puliti. La campagna non è
arretratezza, ma sapienza, resilienza e futuro.


Poi vennero i laboratori: quello delle farine, per imparare a fare pane e pasta con grani
locali; quello del filo, per insegnare l’arte dell’uncinetto e della tessitura, decorando le
pareti con i centrini realizzati; quello dei colori, per estrarre pigmenti naturali da piante e ortaggi e dipingere stoffe e cartoncini.
Una parte della casa, grazie alla ristrutturazione fatta quindici anni prima, venne destinata all’accoglienza di volontari, viaggiatori e studenti desiderosi di sporcarsi le mani e alleggerire il cuore.


Le regole erano semplici:
Si lavora insieme.
Si mangia insieme.
Si ride insieme.

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