di Vittorio Nicoli

(Terza parte)

TERZO GIORNO

Mi alzo al mattino presto e guardo fuori: le previsioni danno discreto e vedo tutto sereno, avviso il mio socio e scendiamo per una veloce colazione poi via. Tempo di far queste cose ed il cielo è nivuro come direbbe Montalbano, fa quasi freddo, metto la mantellina, carichiamo gli zaini e attacchiamo la salita anche oggi nostra compagna verso il passo della Futa. Appena giunti nel bosco ritroviamo il nostro amico fango a profusione e qui applichiamo una strategia diversa: Vanni procede per il sentiero, io vago per il bosco per evitare scivolate strane, degne di una gara di pattinaggio artistico. In questo tratto incrociamo una coppia di ragazzi con cui spesso ci scambiamo le posizioni, come in una gara del giro d’Italia, ma senza biciclette e con molto più fango.

Belle villette costeggiano a tratti il cammino in prossimità della statale o di strane comunali, puntiamo il valico appenninico. Prima di giungervi abbiamo occasione di intravedere una ricostruzione di S. Giorgio ed il drago presso pian di Balestra e qui scopriamo che la Flaminia militare ci accompagnerà per lunghi tratti, “strada romana” recita un cartello, direi costruita meglio di certe strade moderne. Ecco il confine: due pilastri in cemento senza sbarra ci comunicano l’ingresso in Toscana e di lì a poco facciamo gruppo con Maurizio e Marco, padre e figlio, bolognesi doc che percorrono cammini assieme, con la stessa passione per la fatica e la montagna. Maurizio ci fa capire che di cammini ne ha fatto parecchi, è longilineo e tonico; Marco è più robusto, ha un vistoso tatuaggio sul polpaccio, viaggia con pantaloncini al ginocchio, mi mette i brividi alla sola vista. Loro vanno forte e mi trovo spesso ad inseguire, li perdo e li riprendo, poi odo il suono di una campanella nella nebbia della giornata: che sia una mucca fatico a crederlo e quando giungo allo spiazzo soprastante vedo Marco appeso come un bambino alla campanella attaccata ad un albero, “è il punto più alto del cammino” mi dice sorridendo, la zona si chiama Le Banditacce,(foto) qui li saluto e li rivedrò alla Futa. Attendo Vanni che si è fermato a chiacchierare e partiamo verso il passo attraverso i boschi incontrando altri pellegrini in particolare due amici che con perfetto accento toscano ci comunicano che “uno coinvolge un amico e questo poi lo odia per tutto il percorso…” mi volto verso il mio di amico che invero sorride disteso, avevo qualche timore.


La Futa è un passo che profuma di storia: qui passava la linea Gotica e qui ha sede un cimitero militare tedesco che vogliamo visitare. La costruzione(foto) che protegge il valico è datata fine dell’Ottocento e al suo interno una ricca collezione di foto ci informa di come sia cambiata, invero poco, e di quanti qui più o meno conosciuti siano passati. E noi mangiamo due piatti tipici con una birretta, diamine ce la meritiamo.

Poi fuori in fretta per visitare il cimitero perché ancora la pioggia incombe ed il clima ci vuol preparare a quanto fra poco vedremo: l’ingresso alla necropoli presenta un paio di stanze con la spiegazione di chi si occupi di questo come degli altri cimiteri in giro per il mondo: un’associazione dei parenti dei caduti, sovvenzionata dallo Stato tedesco, manutiene le aree, ma provvede anche alle ricerche storiche. La costruzione in cemento posta in vetta alla collina che ospita le tombe pare una vela o una piramide(foto) e custodisce altri caduti: in tutto sono più di trentamila, tutti corpi di invasori. Qui il mio animo ed il mio cervello entrano in una sorta di corto circuito: la pietas per i caduti, l’idea che erano degli odiosi invasori, l’immensa tristezza di una immane tragedia; una pioggerellina sottile mi dice che anche il cielo piange lo spreco delle vite umane.


Ammetto che mi allontano piuttosto in fretta e con angoscia, incontro Vanni che si era attardato presso le tombe esaminando le date di nascita dei soldati: molti giovanissimi ma anche uomini che avevano combattuto la grande guerra; gli chiedo di partire verso monte di Fo dove è situato il nostro albergo, la tristezza del luogo mi sovrasta. Ci arriviamo dopo altri tre chilometri in discesa nel fango demoralizzati per quanto ci attende il giorno successivo. Dinanzi all’ingresso troviamo nuovamente Maurizio e Marco e ci fermiamo a commentare come nessuno abbia avvisato del fango killer sul percorso, quindi facciamo il check-in e diamo un’occhiata fuori: piove secco e le nuvole sono molto basse, abbiamo ancora avuto fortuna, lassù qualcuno ci ama. (19 chilometri e 1000 metri di dislivello positivo).

QUARTO GIORNO

Alla sera a cena ho detto al mio amico: domani bello, danno sole! Così al mattino neanche apriamo le imposte, scendiamo a far colazione, ci prepariamo e usciamo…nella nebbia e con pioggerella. Rientriamo di corsa, metti le giacche a vento, copri gli zaini e poi aspetta la navetta che ci scaricherà al riattacco della Via. Siamo in sette alla partenza nella zona dell’Apparita e rivolgendo lo sguardo al bosco si vede il buio a dieci metri: una sagoma sembra attenderci ed infatti scopriamo che è così, una fanciulla intimorita ci chiede di potersi unire. Sulla Via si è soli ma insieme: soli con il proprio cuore, i propri pensieri, le proprie forze. Insieme con tutti gli altri che ti aiutano, ti sorridono, esprimono il loro umano sostegno e quindi la ragazza viene con noi. Fango e fango ci accompagnano, da otto restiamo in cinque al passo dell’osteria bruciata (foto) segnato da una stele in cemento ed una strana storia di viandanti uccisi e mangiati in questo bosco incombente. Da qui slalom fra monte Faggio e monte Ombrellino per scendere verso S. Agata dove si spera di mangiare e riposarsi prima di giungere a San Piero a Sieve alle porte di Firenze; intanto siamo rimasti io e Vanni, gli altri ci hanno staccati senza pietà, né considerazione per le nostre povere articolazioni, adesso piuttosto provate.


La pieve di S. Agata è un capolavoro del romanico nella zona del Mugello(foto) che nasce però nell’anno mille ed ha subito rifacimenti nel tempo, ed era sorta come punto di assistenza a pellegrini e viandanti verso il Sieve e Firenze. All’interno una Madonna con Bambino del Cioni è il capolavoro che non ti aspetti ma di cui il nostro Paese è traboccante, un petrolio infinito a cielo aperto che dobbiamo ai nostri predecessori e di cui spesso non abbiamo contezza.
Lasciamo S. Agata dopo una schiacciata con finocchiona e ci indirizziamo verso San Piero a Sieve dove il nostro cammino troverà, obtorto collo, la propria fine: domani le previsioni sono pessime, in Toscana allerta meteo. Intanto ci accompagna un vento fortissimo che trascina nubi pesanti sui cipressi che delimitano i campi e ricordano il Carducci: abbiamo ancora otto chilometri da percorrere prima di entrare nel parco urbano dove un ponte moderno (foto) ci farà varcare il Sieve. Il parco è pensato come una porta d’ingresso fra la Via e il centro storico ed è stato intitolato ad Antonio Berti scultore cittadino ed autore di svariate opere esposte nello stesso, una dedicata proprio al viandante.(foto)

La Villa medicea del Trebbio domina la cittadina dall’alto e a noi pare più un castello quattrocentesco che una villa patrizia, munito com’è di merli e torre, mentre la Pieve di San Pietro(foto) nel centro cittadino custodisce un fonte battesimale di Della Robbia che ci lascia stupiti per l’abilità e la luminosità della realizzazione. Uscendo salutiamo sulla piazza antistante la statua di San Pietro, ieratica con braccio levato e ci rechiamo a cena nel locale indicatoci dalla signora da cui abbiamo affittato la stanza: è l’ultimo atto della nostra Via degli Dei, domattina il primo treno ci porterà a Firenze e da lì risalendo la costa prima toscana poi ligure torneremo a casa, dopo cento chilometri e parecchia salita.

A questo punto, è inevitabile nelle nostre menti tracciare un bilancio di questa avventura, ed è sicuramente positivo: l’animo sereno per un costante contatto con la natura, la scoperta felice di un distinto signore come Duilio, impegnato a far vivere la Via dandole una personalità, l’antico ed il moderno che convivono accanto, la gentilezza ed il sorriso di chi ti scruta gli occhi e ti chiede “ fate la Via?”, i tanti compagni accanto, quelli di oggi e quelli di ieri, ma anche, credetemi, quelli che non ho mai incontrato ma che sono passati di lì, e la grande pietas del Cimitero della Futa che muto urla “mai più la guerra”.
Ed in ultimo il volto disteso di Vanni, il grande amico che mi ha permesso di vivere questo piccolo, faticoso, magnifico sogno.