Un’avventura fantastica e poetica sull’identità, l’importanza e la responsabilità che ogni termine linguistico porta con sé. Perché le parole sono vive, e hanno da dire molto più di quanto immaginiamo. E ognuno di noi è responsabile della loro esistenza.
L’ordalia delle parole
2025, romanzo, 156 pagine, formato A5, ISBN 979-12-210-9659-0
Nel grande labirinto del Vocabolario, le parole non sono semplici strumenti del linguaggio, ma creature viventi, pulsanti, dotate di volontà e poteri. Nascoste alla vista degli uomini, abitano una realtà parallela, nella quale ogni vocabolo pronunciato, scritto o dimenticato lascia una traccia, genera vita, oppure muore insieme al suo significato. Accompagnato da una provvidenziale Guida, il protagonista umano viene catapultato in questo mondo, in cui dovrà affrontare un viaggio rocambolesco, scoprendo le tensioni e le passioni che lo animano.
Mi alzo al mattino presto e guardo fuori: le previsioni danno discreto e vedo tutto sereno, avviso il mio socio e scendiamo per una veloce colazione poi via. Tempo di far queste cose ed il cielo è nivuro come direbbe Montalbano, fa quasi freddo, metto la mantellina, carichiamo gli zaini e attacchiamo la salita anche oggi nostra compagna verso il passo della Futa. Appena giunti nel bosco ritroviamo il nostro amico fango a profusione e qui applichiamo una strategia diversa: Vanni procede per il sentiero, io vago per il bosco per evitare scivolate strane, degne di una gara di pattinaggio artistico. In questo tratto incrociamo una coppia di ragazzi con cui spesso ci scambiamo le posizioni, come in una gara del giro d’Italia, ma senza biciclette e con molto più fango.
Belle villette costeggiano a tratti il cammino in prossimità della statale o di strane comunali, puntiamo il valico appenninico. Prima di giungervi abbiamo occasione di intravedere una ricostruzione di S. Giorgio ed il drago presso pian di Balestra e qui scopriamo che la Flaminia militare ci accompagnerà per lunghi tratti, “strada romana” recita un cartello, direi costruita meglio di certe strade moderne. Ecco il confine: due pilastri in cemento senza sbarra ci comunicano l’ingresso in Toscana e di lì a poco facciamo gruppo con Maurizio e Marco, padre e figlio, bolognesi doc che percorrono cammini assieme, con la stessa passione per la fatica e la montagna. Maurizio ci fa capire che di cammini ne ha fatto parecchi, è longilineo e tonico; Marco è più robusto, ha un vistoso tatuaggio sul polpaccio, viaggia con pantaloncini al ginocchio, mi mette i brividi alla sola vista. Loro vanno forte e mi trovo spesso ad inseguire, li perdo e li riprendo, poi odo il suono di una campanella nella nebbia della giornata: che sia una mucca fatico a crederlo e quando giungo allo spiazzo soprastante vedo Marco appeso come un bambino alla campanella attaccata ad un albero, “è il punto più alto del cammino” mi dice sorridendo, la zona si chiama Le Banditacce,(foto) qui li saluto e li rivedrò alla Futa. Attendo Vanni che si è fermato a chiacchierare e partiamo verso il passo attraverso i boschi incontrando altri pellegrini in particolare due amici che con perfetto accento toscano ci comunicano che “uno coinvolge un amico e questo poi lo odia per tutto il percorso…” mi volto verso il mio di amico che invero sorride disteso, avevo qualche timore.
La Futa è un passo che profuma di storia: qui passava la linea Gotica e qui ha sede un cimitero militare tedesco che vogliamo visitare. La costruzione(foto) che protegge il valico è datata fine dell’Ottocento e al suo interno una ricca collezione di foto ci informa di come sia cambiata, invero poco, e di quanti qui più o meno conosciuti siano passati. E noi mangiamo due piatti tipici con una birretta, diamine ce la meritiamo.
Poi fuori in fretta per visitare il cimitero perché ancora la pioggia incombe ed il clima ci vuol preparare a quanto fra poco vedremo: l’ingresso alla necropoli presenta un paio di stanze con la spiegazione di chi si occupi di questo come degli altri cimiteri in giro per il mondo: un’associazione dei parenti dei caduti, sovvenzionata dallo Stato tedesco, manutiene le aree, ma provvede anche alle ricerche storiche. La costruzione in cemento posta in vetta alla collina che ospita le tombe pare una vela o una piramide(foto) e custodisce altri caduti: in tutto sono più di trentamila, tutti corpi di invasori. Qui il mio animo ed il mio cervello entrano in una sorta di corto circuito: la pietas per i caduti, l’idea che erano degli odiosi invasori, l’immensa tristezza di una immane tragedia; una pioggerellina sottile mi dice che anche il cielo piange lo spreco delle vite umane.
Ammetto che mi allontano piuttosto in fretta e con angoscia, incontro Vanni che si era attardato presso le tombe esaminando le date di nascita dei soldati: molti giovanissimi ma anche uomini che avevano combattuto la grande guerra; gli chiedo di partire verso monte di Fo dove è situato il nostro albergo, la tristezza del luogo mi sovrasta. Ci arriviamo dopo altri tre chilometri in discesa nel fango demoralizzati per quanto ci attende il giorno successivo. Dinanzi all’ingresso troviamo nuovamente Maurizio e Marco e ci fermiamo a commentare come nessuno abbia avvisato del fango killer sul percorso, quindi facciamo il check-in e diamo un’occhiata fuori: piove secco e le nuvole sono molto basse, abbiamo ancora avuto fortuna, lassù qualcuno ci ama. (19 chilometri e 1000 metri di dislivello positivo).
QUARTO GIORNO
Alla sera a cena ho detto al mio amico: domani bello, danno sole! Così al mattino neanche apriamo le imposte, scendiamo a far colazione, ci prepariamo e usciamo…nella nebbia e con pioggerella. Rientriamo di corsa, metti le giacche a vento, copri gli zaini e poi aspetta la navetta che ci scaricherà al riattacco della Via. Siamo in sette alla partenza nella zona dell’Apparita e rivolgendo lo sguardo al bosco si vede il buio a dieci metri: una sagoma sembra attenderci ed infatti scopriamo che è così, una fanciulla intimorita ci chiede di potersi unire. Sulla Via si è soli ma insieme: soli con il proprio cuore, i propri pensieri, le proprie forze. Insieme con tutti gli altri che ti aiutano, ti sorridono, esprimono il loro umano sostegno e quindi la ragazza viene con noi. Fango e fango ci accompagnano, da otto restiamo in cinque al passo dell’osteria bruciata (foto) segnato da una stele in cemento ed una strana storia di viandanti uccisi e mangiati in questo bosco incombente. Da qui slalom fra monte Faggio e monte Ombrellino per scendere verso S. Agata dove si spera di mangiare e riposarsi prima di giungere a San Piero a Sieve alle porte di Firenze; intanto siamo rimasti io e Vanni, gli altri ci hanno staccati senza pietà, né considerazione per le nostre povere articolazioni, adesso piuttosto provate.
La pieve di S. Agata è un capolavoro del romanico nella zona del Mugello(foto) che nasce però nell’anno mille ed ha subito rifacimenti nel tempo, ed era sorta come punto di assistenza a pellegrini e viandanti verso il Sieve e Firenze. All’interno una Madonna con Bambino del Cioni è il capolavoro che non ti aspetti ma di cui il nostro Paese è traboccante, un petrolio infinito a cielo aperto che dobbiamo ai nostri predecessori e di cui spesso non abbiamo contezza. Lasciamo S. Agata dopo una schiacciata con finocchiona e ci indirizziamo verso San Piero a Sieve dove il nostro cammino troverà, obtorto collo, la propria fine: domani le previsioni sono pessime, in Toscana allerta meteo. Intanto ci accompagna un vento fortissimo che trascina nubi pesanti sui cipressi che delimitano i campi e ricordano il Carducci: abbiamo ancora otto chilometri da percorrere prima di entrare nel parco urbano dove un ponte moderno (foto) ci farà varcare il Sieve. Il parco è pensato come una porta d’ingresso fra la Via e il centro storico ed è stato intitolato ad Antonio Berti scultore cittadino ed autore di svariate opere esposte nello stesso, una dedicata proprio al viandante.(foto)
La Villa medicea del Trebbio domina la cittadina dall’alto e a noi pare più un castello quattrocentesco che una villa patrizia, munito com’è di merli e torre, mentre la Pieve di San Pietro(foto) nel centro cittadino custodisce un fonte battesimale di Della Robbia che ci lascia stupiti per l’abilità e la luminosità della realizzazione. Uscendo salutiamo sulla piazza antistante la statua di San Pietro, ieratica con braccio levato e ci rechiamo a cena nel locale indicatoci dalla signora da cui abbiamo affittato la stanza: è l’ultimo atto della nostra Via degli Dei, domattina il primo treno ci porterà a Firenze e da lì risalendo la costa prima toscana poi ligure torneremo a casa, dopo cento chilometri e parecchia salita.
A questo punto, è inevitabile nelle nostre menti tracciare un bilancio di questa avventura, ed è sicuramente positivo: l’animo sereno per un costante contatto con la natura, la scoperta felice di un distinto signore come Duilio, impegnato a far vivere la Via dandole una personalità, l’antico ed il moderno che convivono accanto, la gentilezza ed il sorriso di chi ti scruta gli occhi e ti chiede “ fate la Via?”, i tanti compagni accanto, quelli di oggi e quelli di ieri, ma anche, credetemi, quelli che non ho mai incontrato ma che sono passati di lì, e la grande pietas del Cimitero della Futa che muto urla “mai più la guerra”. Ed in ultimo il volto disteso di Vanni, il grande amico che mi ha permesso di vivere questo piccolo, faticoso, magnifico sogno.
Ci alziamo presto il mattino dopo, abbiamo tanta strada da fare per arrivare alla fine della seconda tappa: Madonna dei Fornelli dista 32 chilometri e non sappiamo ancora quanto dislivello. Mentre facciamo colazione con torta e yogurt arriva una chiamata al Vanni da parte di Pier che, abitando a Bologna, vorrebbe unirsi per un tratto alla nostra strana coppia. Io spingo Vanni ad accettare specialmente perché l’amico si offre di raggiungerci al B&B ed il mio cervello scala 2 chilometri dal totale. Pier è un personaggio esuberante ed assolutamente preparato, addirittura più del sottoscritto, ad ogni evenienza sul tracciato, sia essa interna o esterna; parte con uno zaino che pesa quasi quanto il mio e mi domando come farà. Percorriamo un lungo tratto in salita denominato contrafforte pliocenico (foto) ed in effetti ha un aspetto per me assolutamente nuovo e sconosciuto fatto di strati di roccia modellata dal tempo.
Il percorso infine si apre su uno scenario di prati ordinati e coltivati ed ha come sfondo la basilica di S. Luca ancora ben visibile, aggiriamo il monte Frate e di fatto siamo a quella che doveva essere la vera destinazione della prima tappa: Badolo. (foto)
Pier continua a scortarci nella speranza di raggiungere Monzuno cosa che io ritengo un poco pretenziosa: sono circa 20 chilometri dalla partenza e lui deve far ritorno alla macchina lasciata lungo una piazzola della statale a Sasso; ovviamente non mi faccio i fatti miei e glielo dico proprio mentre sorpassiamo una bella coppia di padre con figlio adolescente. Li osservo e li invidio: non ho mai pensato di saper gestire una situazione del genere e non l’ho mai affrontata ma quante cose potranno dirsi e quanto quel ragazzino un giorno potrà dire di aver vissuto con il padre. Intanto la guida della app mi suggerisce di evitare Brento per i lavori sulla via e noi obbediamo grati di schivare alcuni chilometri, Vanni gongola della strada in meno, io sto zitto. Pier a questo punto ci saluta e gira sui tacchi, noi poco dopo troviamo l’asfalto con un minaccioso cartello di pendenza al quindici per cento e dopo una lunga sorsata d’acqua attacchiamo il tratto. Proprio mentre spiana mi accorgo che non c’è più il sole anzi…un bel temporale ci coglie, venti minuti di pioggia intensa, troviamo un riparo fortuito e mangiamo due barrette. Si riparte appena il fortunale dà tregua e si raggiunge dopo quasi due ore il centro di Monzuno, cittadina abbarbicata sugli appennini. Dico al Vanni che ci aspetta l’osteria dei ragazzi sulla piazza principale dove giungiamo un poco provati soprattutto il sottoscritto ormai a secco di acqua da diverso tempo. Qui un bel primo per il mio socio ed una bistecca impanata con patatine rallegrano la giornata mentre un altro avventore di nazionalità straniera ci scruta: sicuramente percorre la Via come noi ma ha una invidiabile aria riposata; mentre mangio lo osservo deve essere un tedesco, mostra una gentilezza quasi avita e riparte ben prima di noi. Il locale è accogliente come le vecchie osterie di paese ma ovviamente aggiornate 2.0 e noi ci dilunghiamo nel discorrere del Pier che ci ha lasciati e sta tornando nella Dotta e della cittadina che ci ospita, un centro che si sta un poco spegnendo probabilmente sostenuto nella sua resistenza dai viandanti e camminatori come noi. La ripresa ci porta quasi subito innanzi ad una casa di cura fuori paese ed io la fotografo (foto) per la mia futura degenza nella tarda senilità: oggi – visto che percorro così tanta strada – sono ancora un giovinetto, Vanni mi deride senza pietà.
Prendiamo il sentiero Cai che costeggia il monte Venere e attraverso un bellissimo castagneto ci indirizziamo verso Le Croci e monte Galletto: per la prima volta facciamo un incontro spiacevole con il fango – non sappiamo ancora che ci farà tanta compagnia! – e spingendo con fatica arriviamo alla prima località dove volendo, in estate, si può scendere verso valle con il deltaplano. Qui abbiamo un secondo incontro, questa volta invero piacevole, con un distinto signore che ci ferma e si presenta: è l’autore delle vignette appese agli alberi, delle panchine colorate e della piccola manutenzione di quel tratto di Via, cura un sito dove chiede di poter pubblicare una nostra foto assieme anche al signore tedesco dell’osteria e così immortaliamo il momento nel tempo eterno dell’amicizia. Si chiama Duilio Cama ed ha un bel pizzetto che sormonta un viso serio con occhi luminosi, è vestito in modo impeccabile, ha un che di affascinante. Il cuore adesso è leggero e quando sorpasso un albero con il cartello “abbracciami forte” scoppio a piangere: il ritorno alla natura come ritorno a noi stessi. (Foto2)
E siamo in cima a monte Galletto parco eolico con quattro grandi rotori per produrre energia pulita e al centro un grande organo a canne che con il vento suona la musica degli Dei: è un altro momento di raccoglimento spirituale nel silenzio rotto solo dal ruotare armonico delle pale. (foto)
Scendiamo verso Madonna dei Fornelli, la tappa da 32 chilometri è vinta con 1700 metri di dislivello, per noi ha il sapore di una piccola impresa eppure c’è ancora una storia da narrare e la si legge in località Collina. Narra del povero Tito che nel novembre del 1940 partì per S. Benedetto val di Sambro per preparare i documenti del suo matrimonio, ma sulla strada del ritorno fu colto da una nevicata prematura e perse la vita. Penso ai miei genitori: erano appena nati e quel mondo duro e di guerra lo hanno affrontato, mentre per noi e per i nostri figli si perde nella nebbia dell’oblio. Morire per una nevicata pare folle oggi eppure…
Poco prima dell’arrivo ci concediamo anche una piccola avventura degna di veri esploratori da discount. Il sentiero, divorato dal fango, sparisce dentro un bosco fitto e l’app inizia improvvisamente a girare su sé stessa come un piccione impazzito. Io e il mio amico ci guardiamo.
“Secondo me siamo fuori strada.”
“Anche secondo me, il telefono non ha idea di dove andare…”
Proviamo quindi a seguire un’indicazione bianco-rossa sbiadita su un albero, e nel giro di dieci minuti ci ritroviamo davanti ad una vecchia cascina abbandonata con una porta che sbatte nel vento. In quel silenzio umido da film horror di provincia alla Pupi Avati, persino Vanni abbassa la voce. Poi, dal nulla, compare un cane gigantesco. Ci fissa. Noi fissiamo lui. Lui abbaia.
Io allora valuto rapidamente se sia il caso di fuggire a gambe levate nel bosco, lasciando Vanni come diversivo.
Per fortuna, subito dietro al cane compare un anziano contadino con cappello e stivali infangati.
“La via degli Dei?” chiede sorridendo, col fare di chi è abituato a podisti dispersi. “Siete lunghi di quasi un chilometro”
Al che ci rimette sulla strada giusta con la flemma di chi ha visto per anni stuoli di pellegrini smarriti spuntare dal bosco come funghi dopo la pioggia.
Quando ripartiamo, Vanni scuote la testa: “Se sopravviviamo a questa giornata, possiamo arrivare tranquillamente a Firenze”. Io assento, avendo la salivazione azzerata che mi impedisce di profferire parola, dopo questa avventura tragicomica finita a tarallucci e vino…
Il sole sta scendendo fra i monti e all’hotel la titolare ci accoglie con modi spicci ma simpatici e, visto che siamo due vecchietti semidistrutti dalla fatica, decide di cambiarci la camera e sistemare diversamente due ragazze appena giunte; noi sorridiamo e prenotiamo una pizza nel locale di fronte.
“Pubblichiamo con piacere questo interessante e divertente racconto di viaggio dell’ amico Vittorio Nicoli, corredato dalle foto dei posti visitati, che ci terrà compagnia per tre settimane. Attendiamo volentieri un Vostro riscontro, buona lettura!”
E’ autunno ed un amico mi contatta al cellulare: dopo i soliti convenevoli sulla salute ed il lavoro mi propone di organizzare un giretto fuori porta in primavera, la via Vandelli. Cado dalle nuvole, non so chi sia Vandelli (forse il cantante???), tanto meno il cammino dove si collochi ma lui mi spiega “Partiamo da Modena ed andiamo a Massa, una via tracciata nel Settecento per collegare il Ducato al mare.” Ovviamente la questione mi solletica e nello stesso tempo mi intimorisce, decido subito che accetto e istantaneamente pianifico un allenamento crescente, dovrò affrontare tanti chilometri. Nei giorni seguenti mi informo meglio sulle tappe del percorso e cerco di coinvolgere altri amici: chiamo il Vanni, fedelissimo compagno delle salite a tremila metri e Menego un ragazzo del Cai, entrambi aderiscono entusiasti. A novembre inizio a camminare per otto chilometri al giorno che diverranno, in crescendo, tredici ad aprile sperando possano bastare; frattanto il mio amico, l’ispiratore ed il Menego devono mollare per ragioni di salute e di lavoro: chiamo Vanni e ne ragioniamo assieme. Il piano per la Vandelli era pronto, avevo pianificato le tappe, ma con pochi punti di appoggio ed allora decido di colpo di cambiare obbiettivo “facciamo la Via degli Dei da Bologna” dico al Vanni e lui dopo aver pensato qualche secondo in silenzio, mi risponde solennemente: “vai”. E andiamo un lunedì di maggio, 5 giorni per percorrere 120 chilometri e 4000 metri di dislivello positivo, insomma non una bazzecola. La domenica ho preparato lo zaino, centellinando il peso (viaggia leggero!) e cercando di non dimenticare l’essenziale: fanno 7 chili sulla groppa, negli allenamenti li ho portati solo due volte per 15-18 chilometri. Non capisco se basti, ma alle sei del mattino pesa quanto quello di un frigorifero industriale, e una vocina nella testa mi dice: “Sei sicuro?” Il treno è poco affollato e quando sale Vanni ci mettiamo a parlare del lavoro piuttosto che della vita, intanto si procede verso Milano e da lì un Frecciarossa ci porta a Bologna: sono le undici passate da poco e la stazione, per quanto si cammina, pare un aeroporto; finalmente la luce esterna e la città. Aziono la app che ho provveduto a scaricare da alcuni giorni e che mi indicherà la via nei prossimi giorni; per ora mi indirizza verso i portici della Basilica di S. Luca la prima intensa salita di giornata, elevata a trecento metri sul monte della Guardia. La storia dice che i portici vennero costruiti con il passamano delle maestranze e mentre salgo con il mio peso sulla schiena mi meraviglio della nostra italica capacità e maestria, lungo questi quattro chilometri di arcate. Sorpasso pellegrini e famiglie, sfioro studenti che approcciano il disegno dello scorcio, infine arrivo in cima dove una croce mi avvisa che il mio pellegrinaggio è finito per ora ma avrò modo di capire che tutto il mio cammino sarà un percorso particolare. (foto2)
La basilica è una costruzione barocca che ha incorporato la struttura quattrocentesca e per me perde molto del suo fascino: scorgo solo una tela del Reni, poi mi allontano nel giardino sottostante e qui un fitta pioggia bolognese mi dà il benvenuto: Vanni ha indossato la giacca a vento, io apro il mio ombrellino, che copre circa il trenta per cento del corpo umano, ed alzo il cappuccio della felpa, scendiamo da S. Luca mentre mi informo sulla strada: debbo cambiare strategia, la via degli Dei presenta fango ci consigliano di affrontare questa prima frazione nella più consona via della Lana e della Seta. Oltrepassiamo la chiesa di San Martino (foto)
e percorriamo il parco della chiusa tutto nel verde e nel silenzio, camminando lungo il Reno che incrociamo al ponte degli Dei,
ammetto pensavo fosse un fiume con una portata più ridotta invece le recenti piogge lo hanno reso tumultuoso. Le acque ci faranno compagnia sino alla fine di questa prima giornata per noi a Sasso Marconi, controllo la mia app e un poco mi sconforto: mancano ancora 10 chilometri, fortuna che in maggio le giornate sono lunghe! Sbucando da un piccolo bosco troviamo un’industria che con gli Dei credo abbia poco a che fare: è un impianto chimico della Basf a ricordare che siamo anche una nazione industriale dobbiamo ricordarlo e gestire al meglio produzione ed inquinamento. Qui troviamo anche la prima persona che sicuramente sta percorrendo la Via: vi posso assicurare che si riconoscono dallo zaino voluminoso e dall’incedere costante, e più avanti da altre caratteristiche che avrò modo di spiegare. E’ una ragazza giovane che partita in mattinata da Firenze percorrerà la via a ritroso verso la sua città dormendo in tenda; appare piuttosto affaticata non che io e Vanni dobbiamo sembrarle dei fiorellini. Ci trova seduti all’ingresso di palazzo Rossi (foto)
una struttura quattrocentesca che oggi ospita un hotel e ristorante; il mio compagno mi guarda come a dire “prenotato qui?” gli dico “un poco più avanti, tagliamo nuovamente il Reno e poi verso Sasso”. Il ponte di Vizzano (foto)
ha sostituito i passatori che nei tempi antichi, dietro compenso, traghettavano i viandanti ed i commercianti: si vede che è più vissuto rispetto al ponte degli Dei, la struttura prevede due grandi porte in pietra con tiranti su cui si innesta il ponte stesso. La mappa intanto non ne vuol sapere di consolarmi: per accorciare il viatico verso Sasso Marconi dovremo percorrere un tratto di statale, peraltro molto trafficata. Passa un’oretta circa, entriamo nella cittadina ed io scopro di aver prenotato un bed and breakfast nel nulla a due chilometri: a questo punto temo che il mio socio mi possa uccidere, occultando il cadavere nei boschi emiliani dopo averne fatto scempio. Ma è buono e non lo fa, e neppure si lamenta.
E’ ormai quasi sera quando giungiamo all’agognata meta: abbiamo percorso 22 chilometri quasi tutti in pianura, l’agriturismo è un grosso casale agricolo dove si capisce subito che la prima attività è quella vinicola, almeno berremo bene; infatti la sera in un rapido giro della tenuta abbiamo occasione di vedere i filari e le bottiglie con le etichette dell’azienda: ci sembra che anche il vino abbia qualcosa di interessante da raccontare sul nostro viaggio, del resto fa parte della cultura e della cura del territorio.
Si conclude oggi il bel racconto di Lara: confidando nel Vostro apprezzamento, ringraziamo tutti per l’attenzione.
Il paese continuava a osservare da lontano, ma lentamente qualcosa stava cambiando: una vecchia contadina portò in dono una cesta di uova e i suoi centrini, un uomo taciturno offrì un motocoltivatore arrugginito “Era di mio padre” disse “se riuscite a farlo partire, usatelo.” Le voci correvano veloci. Una maestra del paese vicino li contattò per organizzare una visita con gli alunni durante i campi estivi di luglio. Una sera di giugno, il cielo stellato si stendeva su Bergolo come una coperta sottile. Enea, sorseggiando un bicchiere di buon barbera di una cantina locale, disse: “Hai creato qualcosa che dura, che resta nella pelle.” Bianca raccolse un pugno di terra, la strinse tra le mani e rispose: “La terra è la più grande eredità che abbiamo, perché non è solo nostra: è anche di chi verrà dopo. Voglio recuperare le tradizioni contadine e dare un nuovo significato alla parola progresso, costruendo una rinascita agricola, culturale e sostenibile. Spero di riuscire a coinvolgere, con il nostro esempio, tutta la comunità locale.” Sotto quello stesso cielo, vent’anni prima, suo papà le aveva raccontato due aneddoti di guerra che non aveva mai dimenticato e che con grande emozione volle condividere con Enea. “Tuo nonno, durante la Prima guerra mondiale, era solo un ragazzino. Una notte, sperduto in montagna e senza acqua, fu costretto a bere la sua pipì per sopravvivere. Non lo raccontava quasi mai, quasi se ne vergognasse, ma se non fosse stato per quel gesto, oggi io non sarei qui. Quando me lo raccontò, sussurrava, come se ancora stesse rivivendo quel momento, come se ancora avesse sete” “Durante la Seconda guerra mondiale, invece, i nonni proteggevano i partigiani, nascondendoli nella cantina sotterranea a cui si accedeva tramite una botola scavata nel pavimento. Sopra la botola c’era un grande tappeto, e su di esso mettevano la mia culla: un neonato a vegliare la vita di chi combatteva per la libertà, con la speranza ogni volta che i nazisti andassero oltre. Il sangue si gelava a ogni perlustrazione. Se li avessero scoperti, sarebbe finita per tutti. Anche per me” Enea ascoltava Bianca come si ascolta un fuoco che arde: il coraggio di quei nonni e quello moderno di Bianca si intrecciavano. Lei combatteva contro la società dell’apparenza, degli influencer, di TikTok, di Instagram, scegliendo la vita dura e silenziosa della campagna, scegliendo una vita con radici vere e profonde. Passarono i giorni e finalmente arrivò la prima visita, la prima Giornata della Memoria Contadina, la prima vera fioritura del sogno di Bianca.
Il 5 luglio, alle nove in punto, giunse la prima scolaresca. Regalo più grande non poteva desiderare nel giorno del suo compleanno. Bambini vivaci e chiassosi correvano nel cortile con le loro scarpe colorate, sembravano tante piccole farfalle. La maestra si avvicinò a Bianca. “Signora, mi scusi… tra i bimbi c’è Leonardo, cieco dalla nascita.” Una grande emozione pervase Bianca. Senza fare domande, si avvicinò a Leonardo, si inginocchiò accanto a lui, gli prese le mani e, guardandolo nei suoi grandi occhi grigi, tremendamente uguali a quelli del suo papà, gli disse con dolcezza “Non perderai nemmeno un dettaglio, ne sono certa. Tu riuscirai a vedere tutto.” Mentre Enea intratteneva gli altri dodici bambini con la visita alla stalla, Bianca si dedicò a Leonardo, raccontandogli ogni cosa: la storia della sua casa, i ricordi, la vita dei nonni, l’esperienza delle guerre. Lo portò sopra la botola della cantina segreta e gli raccontò l’aneddoto della culla. Leonardo sorrideva felice e gli occhi di Bianca si colmarono di lacrime gioiose. Poi lui chiese piano: “Il tuo papà quindi vedeva il mondo come me?” “Sì” rispose lei “Ma lo capiva meglio di tanti altri” Insieme poi si unirono agli altri bimbi, entusiasti e pronti per la merenda: uovo sbattuto fresco e gallette integrali fatte in casa, mentre gli anziani del paese erano pronti a raccontare la loro vita nei campi, decantando quella terra che li aveva tenuti vivi. Per loro non c’erano diamanti o metalli preziosi, né beni di lusso: c’era solo la Terra. E che bello, quando le prime manine si alzarono per fare domande, rompendo quel silenzio denso e attento! Il cuore di Bianca galoppava felice: sentiva che radici vere stavano crescendo. La memoria del cuore stava trasmettendo valori, e il suo progetto, che non voleva essere un elogio della nostalgia, stava prendendo la forma giusta: un ponte tra le generazioni, la possibilità di ridare alla campagna la sua importanza e identità. Le storie raccontate da chi aveva coltivato la terra con sudore, silenzio e speranza, diventavano un messaggio di fiducia negli occhi vivi dei bambini, pieni di gratitudine. E mentre si avvicinavano all’orto dei piccoli, Bianca ed Enea intonarono una canzone con cui erano cresciuti, riadattata al loro progetto: “Per fare un tavolo ci vuole il legno Per fare il legno ci vuole l’albero Per fare l’albero ci vuole il bosco Per fare il bosco ci vuole il monte per fare il monte ci vuol la terra per far la terra ci vuole un fiore per fare il fiooore ci vuole il seme… e quel seme è la memo – ri – a”
Enea si avvicinò a Bianca: “Hai ridato voce a questa terra, e a quelle mani grandi e rugose che ci hanno permesso di avere tutto ciò che vediamo intorno. La tua terra ha ritrovato la sua anima.” A fine giornata, non potevano mancare le foto con la sua vecchia Polaroid: un ricordo per ciascuno, e per lei la possibilità di appendere quelle immagini ai muri di casa, per iniziare a scrivere una nuova storia di continuità. Leonardo, tenuto per mano dalla maestra, si voltò verso Bianca. “Ora so com’è fatta la tua terra che sento anche un po’ mia” le disse sorridendo “Ci vediamo a settembre per la vendemmia, allenerò gambe e piedi.” Bianca rise piano, con il cuore leggero. Sentiva che il sogno era compiuto: la sua casa era tornata viva, piena di voci, di mani e di futuro.
Alzò lo sguardo al cielo e sussurrò: “Hai visto, papà? Il seme è germogliato”
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