TERRA VIVA

di Lara Pellerino – seconda parte

Bianca salì sul lungo balcone perimetrale che, a parte qualche rinforzo, non era stato
trasformato dagli inglesi. Lì ritrovò la memoria, le radici, l’amore famigliare, la sua storia,
quella della sua famiglia e la storia collettiva di molti: guerre, perdite, emigrazione rurale, tutto ciò che suo padre le aveva raccontato.
Non era più il B&B di lusso che compariva online. Era di nuovo casa. Quella casa che
aveva visto i suoi primi passi, le ginocchia sbucciate durante le prove in bicicletta, le
nocciole mangiate col nonno, che con le mani nodose le insegnava il mestiere imparando a distinguere una ad una quelle piene da quelle vuote da scartare. Sentiva ancora il profumo del pane appena sfornato dalla nonna e ancora vedeva le galline correre e i conigli saltare per sfuggire al loro destino. Il sogno di rinascita stava finalmente prendendo forma: un
sogno lungo una vita, uscito dal cassetto foderato di nostalgia.


I nonni avevano cresciuto sei figli con il duro lavoro dei campi. Tra loro c’era Fiorino, suo
padre. A tredici anni perse definitivamente la vista. Le nocciole prodotte ogni anno e
vendute alla più grande azienda produttrice di crema di nocciola avevano permesso ai nonni di mantenere una famiglia di otto persone e mandare il piccolo Fiorino a Bologna, dove imparò il braille e studiò al ginnasio. “Quando ho lasciato Bergolo” diceva “portavo con me l’odore della terra bagnata. Non ho mai smesso di sentirlo.”
Ora quella terra tornava a vivere anche per lui!


La terra come radice, la memoria come seme, la collaborazione come linfa.
La mattina successiva, Bianca si era svegliata prestissimo per godere dell’alba, indossò un paio di vecchi jeans e iniziò a pulire casa che aveva bisogno di tutto, ma soprattutto di un amore sincero, puro e reale.
I pochi rimasti nel Paese, per lo più anziani, la osservavano con sospetto: nessuno aveva
fiducia in lei, nessuno credeva davvero che ce la potesse fare “Una giovane urbana
internettiana, mah…” dicevano.
A tratti Bianca si sentiva sola, ma arrendersi non era un’opzione. Ogni mattina lavorava
con le mani nella terra: piantava semi, sistemava recinzioni, recuperava attrezzi lasciati
marcire nel capanno.
Aveva già provveduto ad inviare la richiesta per registrare l’attività come fattoria didattica e inserito un’inserzione sul blog “Radici Future” che parlava del suo progetto.


Poi, una sera di fine aprile, arrivò una mail.
“Buonasera. Mi chiamo Enea. Ho letto del suo progetto in un forum sull’agricoltura
rigenerativa. Ho 35 anni, ho lasciato il mio lavoro da tempo e da allora giro l’Italia cercando posti veri dove imparare, lavorare e contribuire. Non cerco stipendio. Cerco senso. Se ha bisogno di mani e di cuore, arrivo.”
Bianca non rispose subito. Rilesse più volte quel messaggio. Non riusciva a distogliere la
mente da quelle due parole: cerco senso. La mattina successiva cliccò il tasto “Rispondi” e dopo pochi secondi il tasto “Invia”.
Quando Enea arrivò, portava con sé uno zaino, una tenda canadese e un sorriso luminoso.
Era alto, con capelli scuri legati dietro la nuca e occhi che sembravano appartenere a
un’altra epoca.
Si presentarono con una stretta di mano lunga, senza bisogno di troppe parole.
Iniziò a lavorare il giorno stesso, senza chiedere nulla. Ogni gesto era misurato, ogni passo sembrava conoscere già quei luoghi. Una mattina, osservando un vecchio albero di melo, disse:
“Questo l’hanno innestato a mano. Vedi il punto? Lo facevano così nel secondo
dopoguerra. Mio nonno faceva lo stesso con le viti che aveva moltiplicato nel giardino di
casa.”
“Anche tu sei figlio della terra?” chiese Bianca.
“No, ma sono stanco di perderla.”
Un’anima affine, antica. Credeva nei valori autentici, rifiutava il consumo rapido e cercava senso nelle cose vere.
Insieme recuperarono i muretti a secco, ricrearono l’orto sinergico, liberarono il pollaio dai rovi, pulirono i noccioli, ristrutturarono la vecchia legnaia e realizzarono uno spazio per accogliere i visitatori: tronchi come sedute, vecchi banchi e una lavagna in ardesia
recuperati dall’abbandonata scuola del paese. Sulla lavagna, Bianca scrisse:


Benvenuti a Casa Fiorino: la fattoria della memoria


“Non è tornare indietro” esternò “è tornare in profondità.”
Bianca e Enea sistemarono la vecchia stalla – che era stata trasformata dagli inglesi nella
sala colazioni – per ospitare animali salvati o abbandonati. Nel corso del mese di maggio,
trovarono abbandonati di fronte al cancello una volta Susi una capra cieca, un’altra Stan e Onlio due asinelli, ma la famiglia piano piano crebbe accogliendo anche Osvaldo un alpaca zoppo, Cocca una gallina americana, Jack un gallo cedrone troppo chiacchierone e Gino un cane da caccia ormai vecchio. Non erano animali da mostrare, ma esseri viventi da rispettare e accudire.
Ogni bambino in visita avrebbe potuto imparare la differenza tra “possedere” un animale e “prendersene cura” con rispetto.
Accanto alla stalla sorsero piccole casette per coccinelle e api, con storie e curiosità dipinte sopra, per insegnare l’importanza di queste minuscole creature.
Vicino all’orto sinergico nacque l’orto dei piccoli: uno spazio dove ogni bambino potesse
piantare un seme, curarlo, dargli un nome e tornare nei mesi successivi a vederlo crescere.
Insegnare che la pazienza è un valore e che la terra restituisce solo se rispettata. Il ciclo
della vita così non si studiava più solo sui libri.
Non poteva mancare la raccolta dei frutti di stagione: un momento condiviso, durante il
quale Bianca voleva raccogliere anche le storie degli anziani del luogo, storie di quando il grano valeva più del denaro, storie di contadini che un tempo zappavano la terra con il
fucile ancora caldo nell’armadio. I loro racconti sarebbero stati trascritti e appesi, creando una biblioteca rurale della memoria contadina.
Ogni attività avrebbe avuto un momento pratico, uno di ascolto e uno di racconto: storie di semi antichi, di raccolti condivisi, di mani sporche e cuori puliti. La campagna non è
arretratezza, ma sapienza, resilienza e futuro.


Poi vennero i laboratori: quello delle farine, per imparare a fare pane e pasta con grani
locali; quello del filo, per insegnare l’arte dell’uncinetto e della tessitura, decorando le
pareti con i centrini realizzati; quello dei colori, per estrarre pigmenti naturali da piante e ortaggi e dipingere stoffe e cartoncini.
Una parte della casa, grazie alla ristrutturazione fatta quindici anni prima, venne destinata all’accoglienza di volontari, viaggiatori e studenti desiderosi di sporcarsi le mani e alleggerire il cuore.


Le regole erano semplici:
Si lavora insieme.
Si mangia insieme.
Si ride insieme.

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TERRA VIVA

Continua la nostra pubblicazione di scritti dedicati al tema di un sano e consapevole ritorno alla campagna. Oggi iniziamo con la prima parte del racconto “Terra viva” della nostra amica Lara Pellerino, che a sua volta elabora in modo originale tale affascinante argomento. Buona lettura

TERRA VIVA
di Lara Pellerino


Dopo anni vissuti in città, tra lavoro frenetico, relazioni superficiali e una crescente
sensazione di vuoto, Bianca, trentacinquenne architetta ambientale, decise di trasferirsi nel piccolo borgo rurale, abbandonato dai giovani e dimenticato dalla modernità, dove aveva trascorso momenti indimenticabili della sua infanzia e adolescenza.
In lei era forte la necessità di una rinascita personale, il bisogno di ritrovare la propria
identità più profonda, che affondava le radici nella memoria. Questo desiderio finalmente esplose al punto da farle trovare il coraggio di abbandonare la sicurezza di un lavoro ben avviato, per trasformare la terra dei nonni in un luogo di vita, di educazione e di cura, non solo per la natura, ma anche per le persone.
“La terra che educa”. Un pensiero che suonava risuonava e, come un’eco, rimaneva nella
sua mente, talmente impossibile da ignorare, da diventare per Bianca un dovere dargli un seguito concreto.
La sua, quindi, non era una fuga, ma una scelta consapevole. Bianca voleva recuperare le tradizioni contadine della sua famiglia e dare un nuovo significato alla parola progresso.
A Natale si era fatta il regalo della vita, quello per cui per quindici anni aveva fatto sacrifici, risparmiando non solo denaro ma anche relazioni, sposandosi con la solitudine: aveva ricomprato la vecchia cascina dei nonni! Era stata venduta sedici anni prima a una famiglia inglese che l’aveva trasformata in un bed and breakfast di lusso con piscina.
Tatuato nella sua memoria, il ricordo di quel giorno: gli inglesi avevano guardato con
stupore quel piccolo gioiello tondeggiante, domandando “What… nocciola?” “Mamma
mia, questi non sanno nemmeno cosa siano le nocciole”, aveva pensato Bianca, “le
silenziose protagoniste che sono state la fonte economica della famiglia di papà. Tutto
girava intorno a loro. I miei nonni hanno dedicato la vita ai loro sessantamila metri quadrati di noccioleti. E ora? Ora, senza i nonni e senza papà, gli zii non vedono l’ora di disfarsi di
una parte così importante della loro vita, senza alcuna gratitudine e senza la minima
attenzione affettiva verso gli acquirenti e le loro intenzioni: importava solo togliersi una
possibile spesa.”
Quel giorno Bianca non l’ha mai digerito. L’assegno ridicolo incassato al posto del padre
era stato subito accantonato nel suo salvadanaio virtuale “Questi sono solo l’inizio… ci
rivedremo”


E così è stato!
La famiglia inglese, per motivi personali, era dovuta tornare in patria e l’annuncio di
vendita era comparso online su un’agenzia che trattava solo immobili di charme. Bianca,
quasi ossessionata, una volta al mese visitava il sito di Villa Bergolo – questo il nome scelto dagli inglesi – sperando di trovarla in vendita.

E poi, un giorno, il sito andò in errore: era stato chiuso! Con le farfalle nello stomaco, Bianca iniziò a picchiettare freneticamente sulla tastiera con le sue dita agili, alla ricerca della casa dei nonni… e siii! Finalmente eccola!
In un lampo, senza pensarci troppo, si ritrovava al giorno dell’atto. Ora era pronta a tornare e a riportare il vecchio cascinale al suo disegno originale, restituendo alla terra l’importanza e la dignità che hanno sempre avuto per la sua famiglia, una terra che era stata snobbata, ignorata e abbandonata dagli inglesi.
Bianca era una donna determinata, qualità riconosciuta da chiunque la conoscesse, aveva sempre raggiunto i suoi obiettivi: le sfide non l’hanno mai spaventata, anzi, l’hanno sempre stimolata. Voleva una rinascita agricola e culturale, desiderava coinvolgere la comunità locale e tornare a coltivare in modo sostenibile una terra ormai abbandonata.

Voleva creare una fattoria didattica, un luogo capace di coinvolgere grandi e piccoli, non doveva essere solo un’attività agricola, ma un luogo di memoria, cura, scoperta e condivisione.
Bianca guidava piano, lasciando che le curve della strada collinare la riabituassero al ritmo lento di quei luoghi: il finestrino dell’auto era abbassato ed entrava quell’inconfondibile profumo dell’aria che sapeva di terra umida e foglie secche. La segnaletica era scolorita, il tempo sembrava essersi fermato, ma non era più lo stesso tempo di prima. E nemmeno lei era più la stessa.
Le poche volte in cui era passata da Bergolo con l’intenzione di salutare gli inglesi, il cuore le si accartocciava: non era mai riuscita a oltrepassare il cancello di Villa Bergolo.
Ora, però, il vecchio cascinale dei nonni non sarebbe più stato un bed and breakfast per
turisti in cerca di Instagram, ma una scuola a cielo aperto in cui insegnare ai bambini la
bellezza della terra, il ciclo delle stagioni, la dignità della fatica.
Mentre guidava la sua Ardea-così aveva chiamato la sua amata 500 del 1960- verso la meta, la mente di Bianca correva felice: tracciava i contorni del progetto che portava nel cuore da anni, pensava a come riorganizzare la cascina, ristrutturata con un gusto inglese orrendo, per creare spazi dedicati all’accoglienza di animali salvati, ai laboratori con artigiani locali per recuperare saperi perduti, agli orti da coltivare con i bambini del paese e dei dintorni.
In cuor suo la speranza era che il progetto potesse crescere e diventare un’attrazione
diffusa, capace di far rivivere la comunità.
Era appena iniziato marzo, la campagna si stava svegliando e Bianca, guardando i campi
incolti, vedeva non ciò che c’era, ma ciò che poteva essere.
Finalmente giunse a destinazione: scese dall’auto, rimase qualche secondo immobile, ad
ascoltare. Nessun clacson, nessuna notifica. Solo il canto di un merlo e il fruscio del vento tra i noccioli abbandonati.


Non vedeva l’ora di stendere il materassino da campeggio sul balcone per godersi il cielo
stellato che, l’ultima volta, aveva osservato vent’anni prima, in un lontano San Lorenzo,
accanto al suo papà, al quale raccontava le stelle cadenti e descriveva le costellazioni.
Allora era una ragazzina con la testa piena di sogni urbani e la fretta di chi non conosceva le stagioni. Ora era ritornata con le mani più stanche ma il cuore felice: sapeva che quel qualcosa che stava cercando esisteva solo lì, tra quelle colline che avevano nutrito i suoi nonni e, in silenzio, avevano atteso il suo ritorno.
Era pronta a ricominciare!

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L’INTERVISTA

di Vittorio Nicoli; pubblichiamo volentieri anche il racconto dell’amico Vittorio Nicoli, dedicato al festival letterario di Castelnuovo di Ceva, incentrato sul tema del ritorno consapevole e salutare alle origini, alla campagna e alla natura. Buona lettura!

L’intervista

La giornalista arriva a bordo di un Suv guidato da quello che successivamente si rivelerà essere l’operatore addetto alle riprese, è in perfetta tenuta da montagna, pare tutto abbigliamento firmato.
Scende con un sorriso splendente e non mostra neanche un capello fuori posto: abbronzatura giusta, trucco fine, pantaloni giustamente attillati per slanciare e modellare la sua figura. Il suv si è arrampicato sino all’alpeggio su una strada bianca spesso percorsa anche da camminatori pigri quelli che giungono al rifugio posto duecento metri più in alto usufruendo come posteggio dello slargo che il percorso disegna vicino alla baita di Giovanni e lasciando così la loro auto ben vicina.
Proprio Giovanni è il soggetto di questo pezzo televisivo e la giornalista appartiene ad una testata regionale che tra primavera ed estate si occupa con interesse dell’entroterra alla scoperta della natura selvaggia.


L’idea non è male perché consente di dare visibilità ad alcuni fenomeni sociali che si vanno dipanando negli ultimi anni: giovani che affrontano il così detto ritorno alla natura come scelta o come fuga da un teatro cittadino di cui non capiscono più il divenire. Proprio per questo sono nati gli approfondimenti, per capire cosa spinga realmente a questo ritorno e laddove ci sono interessi maggiori per promuovere il territorio.
La giornalista ha iniziato a spiegare dinanzi alla videocamera dove si trova e con chi avrà il piacere di ragionare di alpeggio, animali, vita e lavoro: ovviamente sfoggia il suo magnetico sguardo mentre tende la mano e presenta Giovanni.
“ Giovanni ma che posto incantevole qui dinanzi a questi prati verdi, con quest’aria frizzantina e gli animali che vedo là a pascolare! Ma questo è un Eden” intanto l’operatore ruota l’occhio della macchina a trecentosessanta gradi ed inquadra le montagne alle loro spalle baciate dal sole.
“ Ecco il nostro eroe di giornata che ci racconterà la vita qui in alpeggio e ci svelerà la magia delle sue giornate”.


Giovanni è un ragazzone sulla trentina dall’aria scanzonata che indossa un bel maglione colorato ed un paio di jeans un po’ consunti, ha una corta barba poco curata e capelli a spazzola ma quello che colpisce l’interlocutrice sono gli occhi di un verde smeraldo che gli conferiscono un’aria sveglia ed attenta. In cuor suo si sta domandando cosa di preciso gli verrà chiesto perché lui non vede nulla di speciale nella sua vita se non quello che desiderava al termine degli studi e dopo una parte di esistenza passata nel rumore e nella confusione dei suoi simili.
La giornalista lo richiama al presente con la prima domanda, mentre si trovano ancora nello spiazzo antistante al suo piccolo ricovero dove troneggia il suv accanto ad alcune prime auto, in attesa dell’arrivo delle altre sorelle scortate dai cittadini che hanno scelto il pranzo in rifugio, potendo affermare di avere compiuto un’escursione in montagna.


Giovanni si è presentato ai telespettatori ed ora passeggiando con la sua ospite sta raggiungendo il suo gregge, intanto l’intervista prosegue.
“Cosa ti ha portato quassù ed a questa vita? Cosa facevi prima Giovanni?”
“Bè – esordisce il nostro- ho studiato agronomia ed avevo voglia di mettermi in gioco gestendo una mia piccola fattoria, avevo un piccolo capitale ereditato ed ho deciso di scommettere su me stesso. Poi sinceramente ero stufo della vita in città, guardando i miei fratelli maggiori, i quarantenni, li vedevo grigi e stressati, incapaci però di staccare da quel modello in cui erano nati e cresciuti; ho pensato devi farlo subito altrimenti le catene si stringeranno e non fuggirai più”.
Intanto sono arrivati presso il piccolo gregge di mucche con alcuni vitellini e qui la giornalista propone la più scontata delle domande: “Hanno tutte un nome? E tu come le riconosci?” Il ragazzo la squadra poi “ Si le ho comperate o cresciute io, come potrei non conoscerle? Sono una parte importante del mio reddito e mi assicurano con latte, formaggi e carni la sopravvivenza. Il mio mondo è fatica ed amore e quando si lavora con amore anche la fatica sembra alleggerirsi, e con l’amore tutti hanno un loro nome animali, piante ed uomini ed io ti dico sinceramente credo di conoscere bene chi vive quassù”.
La giornalista non lascia trasparire alcuna reazione emotiva e prosegue con il suo lavoro: “Bene ci hai presentato i tuoi animali adesso potremmo raggiungere la tua fattoria. A proposito il mio abbigliamento va bene?” A questa affermazione l’operatore fa una panoramica su di lei giusto per mostrare come sia in forma e si sofferma sulle calzature.
“Certo!- dice Giovanni- avviamoci subito.” E parte a razzo con il suo bastone fedele al passo. La sua ospite lo segue ma si accorge di non essere così in forma come credeva e il fiato si fa corto, si capisce che ansima e fra sé sicuramente impreca.
La fattoria è posta su un pianoro più in basso di trecento metri ma i due ci arrivano in poco tempo accolti dallo scodinzolare di un meticcio di guardia, che si pone di fianco al padrone ed osserva curioso l’ospite.
“Bel cagnolino! Immagino una grande compagnia per te…” “E’ come un fratello con me divide tutto sopratutto il lavoro pesante che inizia presto al mattino e finisce al calar del sole; dobbiamo occuparci delle mucche per il latte, per l’alpeggio, fare il fieno eppoi lavorare il formaggio.”
“Vedo un forno a legna qui!”
“Si mi produco il pane con il cereale che coltivo e porto al mulino, tentando di produrre la maggior parte di quello che consumo, ah anche i biscotti! Venga glieli faccio assaggiare.”
Si accomodano in un salotto spartano, ordinato e pulito nel quale però si scorge un personal computer che incuriosisce l’ospite. Giovanni le spiega che ha un wifi e con la tecnologia progetta e mantiene contatti, lavora su fogli di calcolo per le coltivazioni e per gli animali. Tutto semplice, ordinato ed essenziale.
Il piatto dei pasticcini troneggia sul tavolo e con le sue dita dalla belle unghie smaltate la giornalista si bea di un gusto che la porta nel tempo come le madeleine.
“Quanto tempo ti lascia il tuo lavoro? Riesci a scappare qualche volta?”
“Ma io non lavoro, vivo -risponde Giovanni- non posso avere stacco perché non posso abbandonare tutti gli esseri che dipendono da me come io da loro. Come le dicevo è una vita dura sicuro, ma lei come giudica la vita dei cittadini? Quando salgono quassù mi confessano di essere stremati e stritolati come fossero consumati nelle loro esistenze dalle loro nevrosi. Certo che senza progetti pubblici saranno sempre pochi i visionari come me. Eppure la natura ha un gran bisogno dell’uomo faber che si integri con i suoi ritmi, mentre troppo spesso trova il predatore che approfitta e scappa o addirittura distrugge senza senno.”


Intanto l’operatore è giunto con l’auto, ha effettuato le ultime riprese quindi spegne la camera, aggancia un pasticcino al volo e fa un cenno alla collega per avviarsi verso il suv e rientrare a montare il pezzo ma a questo punto Giovanni scompiglia le carte. Propone loro di fermarsi per la giornata, seguirlo ed aiutarlo nelle sue attività. “Vi farete un’idea più precisa e potrete raccontare la mia vita dal vero”.
L’operatore lo guarda stranito ma si meraviglia ancor di più quando la giornalista accoglie l’idea entusiasta. “Certo sarebbe bellissimo! Sai che servizio vien fuori!”
“Allora andiamo a preparare il foraggio agli animali” dice Giovanni. Il suo passo spedito mette alla frusta il povero operatore mentre la giornalista tenta qualche domanda nel cammino ed ammutolisce quando si vede consegnare un rastrello. I lavori spesso appaiono più facili e meno faticosi di quanto siano, specie se non li conosciamo.


Al termine della giornata, spenta la telecamera, svenuti sul divano operatore e giornalista si chiedono quanto sforzo ci sia per resistere in campagna, quanto si debba amare un mondo ed una vita per adattarvisi da cittadini. Bussano alla porta: sono gli amici del rifugio, i gestori, scesi a fare due chiacchiere davanti ad un buon distillato. Così i nostri scoprono che il rifugio fa sistema con le varie cascine attorno, compera e dirotta clienti ansiosi di avere i prodotti naturali – e qui lo sono- ed assieme difendono la montagna, il bosco, le vie di accesso.


Anche i gestori del rifugio hanno l’età di Giovanni. E’ la nuova primavera della montagna: “Mancate voi mezzi di comunicazione, casse di risonanza a svegliare chi ha la gestione del territorio per porre un ordine di sviluppo corretto. La montagna non può e non deve diventare solo la nuova meta del turista-cittadino, deve diventare un nuovo habitat ed un nuovo habitus mentale; i sacrifici devono essere ben pesati con i benefici.”
La giornalista li ascolta, sarà la fatica oppure il genepy, ma crede di cominciare a capire che forse quello di oggi è più di un “pezzo” da televisione, ha un sapore di mondo vero con un retrogusto amaro.

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LA DANZA DELLE NOCCIOLE

di Giovanni Ollino

Terza e ultima parte: termina oggi il mio racconto sul ritorno alla terra e alle origini, spero Vi sia piaciuto. Buona lettura.

Iniziò con un’analisi pedologica della terra da coltivare. L’agronomo che aveva assoldato prelevò campioni a diverse profondità per valutare la tessitura e il pH. I risultati furono incoraggianti: pH piuttosto neutro, tessitura franco-limosa, buon drenaggio naturale. Solo una leggera carenza di sostanza organica, risolvibile con letamazioni periodiche.
Scelse la varietà Tonda Gentile Trilobata, la più pregiata per la pasticceria, caratterizzata dalla forma tonda del frutto che favorisce la sgusciatura mantenendo intatto il seme, innestata su portinnesto Corylus colurna, considerato l’ideale per il nocciolo. L’impianto venne progettato a sesto regolare di 5×5 metri, per un totale di circa 400 piante per ettaro. Lungo i bordi predispose una rete anti-selvaggina e un impianto di irrigazione.


Facendosi aiutare da alcuni contadini che possedevano terreni vicini, lavorò la terra con un erpice rotante, dopo un’aratura superficiale, per rompere la crosta e favorire l’aerazione. In autunno tracciò i filari con precisione millimetrica usando un GPS agricolo portatile. Piantò i noccioli con la luna calante di novembre, come gli aveva insegnato suo padre: “Così radicano più forte e fanno meno polloni.”


Nei mesi successivi, mentre la città gli sembrava un ricordo lontano, Silvano imparò di nuovo a leggere il cielo. In primavera praticò la potatura di formazione, lasciando i polloni principali ben distanziati, eliminando i succhioni e i germogli basali in eccesso. L’estate lo vide alle prese con la gestione delle piante infestanti: un trinciastocchi per le erbe più alte, e il diserbo meccanico con sarchiatrice tra le file.
Passarono tre anni: i noccioli raggiunsero il metro e mezzo, vigorosi e sani. Le prime infiorescenze maschili – le amenti pendule – fecero capolino a gennaio, segno di una pianta in equilibrio vegeto-produttivo. Silvano si impegnò anima e corpo in quell’impresa, curando e difendendo i suoi noccioli con amore e dedizione, come figli da accudire prima di poter sbocciare definitivamente.
Quando si sentiva provato o in difficoltà, gli bastava pensare ai genitori e la forza gli ritornava, doveva farcela a tutti i costi anche per loro: glielo doveva!


Intanto aveva stabilito varie relazioni di amicizia con i residenti locali, alcuni dei quali erano stati nell’infanzia suoi compagni di giochi: si accorse che quei rapporti, a differenza di tutti quelli stretti nella sua vita precedente, erano improntati ad una schiettezza e correttezza spesso disarmanti, una piacevole eccezione nella società attuale, orientata all’egoismo e all’interesse. I valori, che ancora vigevano in quella terra generosa e tranquilla, erano sicuramente diversi da quelli che normalmente si inseguono nelle città chiassose e competitive.


Quando, al quarto anno, vide le prime nocciole formarsi, provò un’emozione che nessuna busta paga gli aveva mai dato: in quel momento gli venne da piangere, ma mai lacrime furono più felici e benedette. Aveva finalmente raggiunto il proprio obiettivo.
Radunò quindi un nutrito gruppo di quei suoi nuovi amici, e si accordarono per la imminente raccolta. Stesero le reti di nylon al terreno sotto le piante e attesero la caduta delle nocciole.
A settembre finalmente raccolsero i frutti caduti, sollevando le reti e convogliando il raccolto in grandi sacchi di juta.
Li fecero poi essiccare in un essiccatoio artigianale, mantenendo la temperatura a 45°C per tre giorni, fino a ottenere un’umidità residua del 6%, quella ritenuta ideale. Le nocciole brillavano come monete dorate.
Silvano, dopo tutto quell’impegno, esausto ma finalmente felice, sedette sul muretto che dominava la valle, guardando il suo noccioleto stendersi sotto il sole del tardo pomeriggio. L’odore di terra asciutta, foglie e legno caldo gli riempiva i polmoni. In quel momento capì che non aveva solo comprato un terreno, ma aveva riscattato un’eredità, un sapere antico fatto di stagioni e di silenzi.
La campagna, pensò, non restituisce mai tutto subito. Ti mette alla prova, ti misura il tempo in anni, non in giorni. Ma se le offri rispetto e pazienza, ti ripaga con la cosa più rara di tutte: la pace.
A volte gli sembrava di sentire i genitori parlare tra loro, nella lingua lieve dei ricordi. La madre rideva, il padre gli dava consigli sul raccolto. E Silvano rispondeva in silenzio, con il cuore.
Infine, un mattino d’autunno si fermò a osservare tutta quella meraviglia di cui poteva ora godere. Il vento lo percorreva come un respiro vivo, e lui si sentì parte di quella vastità. Capì allora che non era tornato per fuggire da qualcosa, ma per ritrovare ciò che non aveva mai smesso di appartenere a lui. La città, con le sue voci esasperate e i suoi rumori assordanti, era ormai lontana, un vago ricordo di una semplice tappa della sua esistenza.
Qui invece, tutto parlava un linguaggio antico: la terra, il cielo, i ricordi.


E, nel fruscio dei noccioli che si piegavano alla brezza, Silvano sentì ancora la voce di suo padre: “La terra ti aspetta sempre, figlio mio. E quando torni, lei ricomincia a respirare con te.”
Quanto era stato importante quell’uomo per lui: la sua roccia, il suo esempio, il suo orizzonte. Non aveva mai conosciuto nessuno buono e allo stesso tempo fiero come il suo papà. Che fortuna aver avuto quei genitori, finalmente ora lo capiva!
Silvano allora chiuse gli occhi, lasciando che il vento gli sfiorasse il volto. Il sole lo avvolse nel suo abbraccio come una benedizione.
Riaprì le palpebre, e vide alcune nocciole, che sui rami danzavano languidamente al ritmo della brezza mattutina, come nella poesia evocatrice che aveva sognato e poi visto misteriosamente impressa sulla pietra.

E, nel silenzio infinito delle Langhe, quei frutti incantati intonarono all’unisono la loro festosa ballata per lui: era un canto di ritorno, di pace, di eternità.

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LA DANZA DELLE NOCCIOLE

di Giovanni Ollino

Seconda parte

Poi tutto iniziò gradualmente a cancellarsi: il profumo dell’erba, le mani dolci dei genitori su di lui, il canto delle cicale; solo la voce della madre rimase come un’eco lontana, e sempre più flebile: “Non dimenticare la strada per tornare. Noi ti attenderemo per sempre qui.”

Infine, il sogno si dissolse nel canto flautato di un merlo.

Silvano si svegliò con un nodo in gola. Non era solo nostalgia, era come se qualcosa o qualcuno lo chiamassero.

Preso da un fremito di inquietudine, scese dal letto e aprì la finestra: la città immensa era grigia, incolore. E per la prima volta capì che quella non era la sua luce.

Andò indietro con la mente a quegli anni felici, costellati di sogni e di suggestioni per un futuro che gli appariva roseo.

Si ricordò all’improvviso, commuovendosi e mettendosi a piangere come un bambino, di quel tiglio piantato dal comune sul lato della strada che portava al colle, davanti ad una spianata da cui si ammiravano i campi dell’immensa pianura, dove spesso lui e suo padre si fermavano a sedere su una panchina, dopo una lunga passeggiata: l’albero un anno si era ammalato di una malattia delle piante, che ne aveva attaccato già buona parte, era pieno di formiche e dalla corteccia usciva una linfa cattiva di un colore scuro; rischiava di seccare completamente e nessuno interveniva per curarlo.

Per cui, insieme al padre, ogni volta che passavano di là, cercavano di eliminare il liquido che sgorgava, con dei bastoni che avevano fabbricato, toglievano con pazienza le parti di corteccia andate a male e scacciavano le formiche. Divenne per loro quasi un lavoro a cui dedicavano parecchio tempo, e alla fine l’alberello lentamente parve riprendersi. Dopo mesi di interventi, l’albero tornò verde e rigoglioso come prima, ed entrambi ne andavano giustamente fieri, lo avevano curato e fatto guarire. Era diventato un loro amico fraterno, che gli teneva compagnia durante le passeggiate, e con le sue fronde li proteggeva dai raggi del sole, riconoscente per quell’aiuto provvidenziale che lo aveva salvato.

In quel momento a Silvano venne voglia come non mai di tornare al paese, anche solo per vedere se il loro amato e accudito tiglio verde esistesse ancora.

Si chiese quindi con ansia cosa ci stesse facendo da solo in quel posto che lo respingeva, lontano dalle sue radici e dalla casa dove aveva vissuto sereno. Era destinato a trascorrere così il resto della sua vita, senza più speranze né ambizioni?

Ripensando a quel periodo fulgido, avvertiva uno struggimento allo stesso tempo doloroso e piacevole, mentre sentiva che il cuore gli balzava in petto, trascinato dalla forza invisibile di momenti vissuti e ormai perduti.

Nei giorni successivi stette male anche fisicamente, di un male strano, caratterizzato da febbre costante, e un malessere generalizzato, che però non si estrinsecava in una malattia chiara, ma piuttosto in una sofferenza appunto indefinita, che sembrava avvilupparlo come una ragnatela, e che pareva la manifestazione fisica del suo dissidio interiore. Si astenne perciò dall’andare al lavoro, quel lavoro che peraltro ora gli sembrava molto meno interessante, e che gli stava venendo a noia, oltre ad essere sempre più logorante dal punto di vista dello stress psicologico che comportava.

I ricordi di quell’infanzia quasi magica apparivano lontanissimi dall’uomo che era diventato, distante dai valori che gli erano stati insegnati, dal contatto rispettoso con la natura e dall’empatia che aveva sperimentato tanti anni prima. La vita nella metropoli fredda e asettica, l’impiego in una multinazionale, tutto pareva congiurare per fargli dimenticare gli ideali che gli erano stati inculcati in gioventù, l’educazione, l’onestà e la correttezza: adesso trionfavano il sopruso, l’inganno e l’egoismo, e lui, come tutti gli altri, aveva iniziato ad attenersi a questi nuovi disvalori, per svettare sul prossimo e non essere sommerso.

Aveva persino smesso di avere sogni e fare progetti, non nutriva più una vera speranza di trovare un senso al tutto, a quell’esercito infinito di attimi gettati alla rinfusa.

Eppure, un tempo era stato felice, di quella felicità assoluta fatta di piccoli gesti e grandi emozioni, al tempo delle parole sacre ed essenziali, che condensavano in poche frasi l’amore che provava e di cui era circondato. Doveva fare qualcosa per ritornare a quello stato, almeno di serenità, ora lo capiva; stava sprecando la sua vita in riti sterili e vuoti, inseguendo miraggi fallaci, vanificando gli insegnamenti dei suoi genitori, oltre che l’armonia e la bellezza che i luoghi della sua infanzia gli avevano insegnato.

Era ancora in tempo per riprendere in mano la sua esistenza, per darle un senso?

Se lo chiedeva da parecchio tempo ormai, ma, dopo tanti dubbi ed elucubrazioni, finalmente una mattina tutto gli apparve più chiaro, come se il maestrale avesse sgombrato il suo cielo da nuvole minacciose e opprimenti. E allora prese una decisione, che agli occhi dell’impiegato modello e brillante di poco tempo prima poteva essere folle, ma della quale ora sentiva non si sarebbe mai pentito.

Nel giro di pochi giorni lasciò tutto: il lavoro, l’appartamento, le abitudini ordinate. In fondo l’antica casa al paese era ancora di sua proprietà, e lo stava attendendo da anni; contattò perciò il fattore a cui aveva dato in gestione le chiavi e i suoi vecchi terreni, e questi gli confidò di non riuscire più a gestirli, vista l’età che avanzava.

Quel mattino fatidico salì in macchina, guidando con frenesia, diretto verso la sua terra d’origine, seguendo una spinta che non sapeva spiegare. Il paesaggio cambiava lentamente, e con esso cambiava il suo respiro: le pianure diventavano colline, le colline si aprivano in distese di ulivi, e infine, dietro una curva, apparvero le Langhe, immense e splendenti sotto il sole.

Quando Silvano arrivò al paese dopo tanti anni di città, trovò le colline delle Langhe immutate, eppure diverse. I filari di viti, che un tempo disegnavano geometrie perfette, erano stati in parte abbandonati; i vecchi noccioleti, che da ragazzo aiutava a potare con il papà, erano stati divorati dai rovi o convertiti a pascolo. Ma proprio lì, tra due crinali dolci e un piccolo rio che serpeggiava sul fondo valle, c’era ancora il vecchio terreno di famiglia, ormai messo in vendita dall’attuale proprietario: tre ettari di terra argilloso-calcarea, con un’esposizione a sud-est perfetta per la Corylus avellana.

Si fermò prima nella piccola piazza del paese. L’aria profumava di piante e di mare lontano. Ogni pietra, ogni muro screpolato sembrava ricordare il suo nome.

Rivide il vecchio tiglio, che placido gli sorrideva da lontano, con le sue fronde gemmee, e il cui fusto abbracciò con trasporto, come un vecchio amico che non vedi da tempo, ma tu sai che è sempre lì, ad aspettarti fedele, e la distanza non ne smorza l’affetto.

Si avviò quindi a piedi verso la casa che per lustri lo aveva ospitato. Ma subito prima di giungere ad essa, guardando un muro limitrofo, la sua attenzione fu attratta da una incisione che qualcuno aveva impresso sulla pietra, come se fosse una targa dedicata a qualcuno o a qualcosa; quando però lesse la scritta, per poco non cadde per terra dallo stupore: essa recava esattamente le parole della poesia che aveva sognato pochi giorni addietro! Silvano la ricordava perfettamente, e quindi si domandò come fosse possibile un simile evento, che pareva un sortilegio.

Chiese allora ad alcuni passanti chi avesse composto e inciso quei versi, ma non seppero dargli una spiegazione, e lo stesso risultato ottenne con il contadino che aveva custodito la sua vecchia casa e il terreno sino a quel giorno: nessuno fu in grado di spiegargli quel mistero, tutti si limitarono a dirgli che non si sapeva da dove proveniva quella scritta. Un giorno essa era apparsa, e nessuno ne aveva rivendicato la paternità, forse era stato un artista di passaggio, ma a tutti piaceva fermarsi qualche secondo per leggere quei versi evocativi e delicati.

Rimase attonito per alcuni minuti, poi si diresse, piuttosto scosso, verso la vecchia porta di entrata: quell’evento quasi soprannaturale gli apparve subito come un segno, una chiara indicazione del cielo, la naturale congiunzione tra i suoi sogni e la nuova realtà che lui stesso avrebbe contribuito a creare.

Sì, lui era stato chiamato in quel posto per uno scopo, adesso gli era tutto chiaro! Finalmente si apriva uno squarcio di sereno nel suo firmamento offuscato!

La casa dei genitori lo aspettava ancora, come se il tempo avesse avuto pietà. Entrò, e il silenzio lo accolse con la tenerezza di una presenza invisibile. Sul tavolo trovò una foto sbiadita: lui bambino tra la madre e il padre, tutti e tre con le mani nella farina. Tutto in quel luogo parlava di lui e delle sue radici.

Si sedette, e pianse. Non di dolore, ma di commozione per il ritorno.

Firmò il compromesso per ricomprare i terreni in primavera, e quell’atto fu per lui più solenne di qualsiasi contratto stipulato nei suoi anni da impiegato.

Appena ottenuta la proprietà, Silvano contattò prima degli esperti nella coltivazione delle nocciole, e poi alcuni abitanti del villaggio, stabilendo accordi di collaborazione con loro, per farsi aiutare nel progetto che aveva in mente: riuscire a produrre una buona quantità di nocciole, dopo aver piantato i relativi alberi nei suoi vecchi terreni.

Tutti lo riconobbero come quel bimbo con cui avevano corso e giocato da piccoli, che si divertiva a vedere il padre sfidare a bocce o a carte i loro genitori, nato lì, ma poi andato a studiare per percorrere una carriera promettente, e furono contenti anche se stupiti di quel suo ritorno alle origini.

L’accoglienza fraterna che gli riservarono quelle persone semplici ma franche – tra l’altro spesso più intelligenti di quelle con cui era abituato a trattare nel suo lavoro precedente – lo commosse, e gli fece capire che quella era stata la scelta giusta.

Dopo di che si tuffò a testa bassa e senza indugi in quell’avventura nuova ed emozionante, che finalmente pareva dare un senso alle sue giornate.

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