di Giovanni Ollino
Terza e ultima parte: termina oggi il mio racconto sul ritorno alla terra e alle origini, spero Vi sia piaciuto. Buona lettura.
Iniziò con un’analisi pedologica della terra da coltivare. L’agronomo che aveva assoldato prelevò campioni a diverse profondità per valutare la tessitura e il pH. I risultati furono incoraggianti: pH piuttosto neutro, tessitura franco-limosa, buon drenaggio naturale. Solo una leggera carenza di sostanza organica, risolvibile con letamazioni periodiche.
Scelse la varietà Tonda Gentile Trilobata, la più pregiata per la pasticceria, caratterizzata dalla forma tonda del frutto che favorisce la sgusciatura mantenendo intatto il seme, innestata su portinnesto Corylus colurna, considerato l’ideale per il nocciolo. L’impianto venne progettato a sesto regolare di 5×5 metri, per un totale di circa 400 piante per ettaro. Lungo i bordi predispose una rete anti-selvaggina e un impianto di irrigazione.
Facendosi aiutare da alcuni contadini che possedevano terreni vicini, lavorò la terra con un erpice rotante, dopo un’aratura superficiale, per rompere la crosta e favorire l’aerazione. In autunno tracciò i filari con precisione millimetrica usando un GPS agricolo portatile. Piantò i noccioli con la luna calante di novembre, come gli aveva insegnato suo padre: “Così radicano più forte e fanno meno polloni.”
Nei mesi successivi, mentre la città gli sembrava un ricordo lontano, Silvano imparò di nuovo a leggere il cielo. In primavera praticò la potatura di formazione, lasciando i polloni principali ben distanziati, eliminando i succhioni e i germogli basali in eccesso. L’estate lo vide alle prese con la gestione delle piante infestanti: un trinciastocchi per le erbe più alte, e il diserbo meccanico con sarchiatrice tra le file.
Passarono tre anni: i noccioli raggiunsero il metro e mezzo, vigorosi e sani. Le prime infiorescenze maschili – le amenti pendule – fecero capolino a gennaio, segno di una pianta in equilibrio vegeto-produttivo. Silvano si impegnò anima e corpo in quell’impresa, curando e difendendo i suoi noccioli con amore e dedizione, come figli da accudire prima di poter sbocciare definitivamente.
Quando si sentiva provato o in difficoltà, gli bastava pensare ai genitori e la forza gli ritornava, doveva farcela a tutti i costi anche per loro: glielo doveva!
Intanto aveva stabilito varie relazioni di amicizia con i residenti locali, alcuni dei quali erano stati nell’infanzia suoi compagni di giochi: si accorse che quei rapporti, a differenza di tutti quelli stretti nella sua vita precedente, erano improntati ad una schiettezza e correttezza spesso disarmanti, una piacevole eccezione nella società attuale, orientata all’egoismo e all’interesse. I valori, che ancora vigevano in quella terra generosa e tranquilla, erano sicuramente diversi da quelli che normalmente si inseguono nelle città chiassose e competitive.
Quando, al quarto anno, vide le prime nocciole formarsi, provò un’emozione che nessuna busta paga gli aveva mai dato: in quel momento gli venne da piangere, ma mai lacrime furono più felici e benedette. Aveva finalmente raggiunto il proprio obiettivo.
Radunò quindi un nutrito gruppo di quei suoi nuovi amici, e si accordarono per la imminente raccolta. Stesero le reti di nylon al terreno sotto le piante e attesero la caduta delle nocciole.
A settembre finalmente raccolsero i frutti caduti, sollevando le reti e convogliando il raccolto in grandi sacchi di juta.
Li fecero poi essiccare in un essiccatoio artigianale, mantenendo la temperatura a 45°C per tre giorni, fino a ottenere un’umidità residua del 6%, quella ritenuta ideale. Le nocciole brillavano come monete dorate.
Silvano, dopo tutto quell’impegno, esausto ma finalmente felice, sedette sul muretto che dominava la valle, guardando il suo noccioleto stendersi sotto il sole del tardo pomeriggio. L’odore di terra asciutta, foglie e legno caldo gli riempiva i polmoni. In quel momento capì che non aveva solo comprato un terreno, ma aveva riscattato un’eredità, un sapere antico fatto di stagioni e di silenzi.
La campagna, pensò, non restituisce mai tutto subito. Ti mette alla prova, ti misura il tempo in anni, non in giorni. Ma se le offri rispetto e pazienza, ti ripaga con la cosa più rara di tutte: la pace.
A volte gli sembrava di sentire i genitori parlare tra loro, nella lingua lieve dei ricordi. La madre rideva, il padre gli dava consigli sul raccolto. E Silvano rispondeva in silenzio, con il cuore.
Infine, un mattino d’autunno si fermò a osservare tutta quella meraviglia di cui poteva ora godere. Il vento lo percorreva come un respiro vivo, e lui si sentì parte di quella vastità. Capì allora che non era tornato per fuggire da qualcosa, ma per ritrovare ciò che non aveva mai smesso di appartenere a lui. La città, con le sue voci esasperate e i suoi rumori assordanti, era ormai lontana, un vago ricordo di una semplice tappa della sua esistenza.
Qui invece, tutto parlava un linguaggio antico: la terra, il cielo, i ricordi.
E, nel fruscio dei noccioli che si piegavano alla brezza, Silvano sentì ancora la voce di suo padre: “La terra ti aspetta sempre, figlio mio. E quando torni, lei ricomincia a respirare con te.”
Quanto era stato importante quell’uomo per lui: la sua roccia, il suo esempio, il suo orizzonte. Non aveva mai conosciuto nessuno buono e allo stesso tempo fiero come il suo papà. Che fortuna aver avuto quei genitori, finalmente ora lo capiva!
Silvano allora chiuse gli occhi, lasciando che il vento gli sfiorasse il volto. Il sole lo avvolse nel suo abbraccio come una benedizione.
Riaprì le palpebre, e vide alcune nocciole, che sui rami danzavano languidamente al ritmo della brezza mattutina, come nella poesia evocatrice che aveva sognato e poi visto misteriosamente impressa sulla pietra.
E, nel silenzio infinito delle Langhe, quei frutti incantati intonarono all’unisono la loro festosa ballata per lui: era un canto di ritorno, di pace, di eternità.
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