di Giovanni Ollino

Seconda parte

Poi tutto iniziò gradualmente a cancellarsi: il profumo dell’erba, le mani dolci dei genitori su di lui, il canto delle cicale; solo la voce della madre rimase come un’eco lontana, e sempre più flebile: “Non dimenticare la strada per tornare. Noi ti attenderemo per sempre qui.”

Infine, il sogno si dissolse nel canto flautato di un merlo.

Silvano si svegliò con un nodo in gola. Non era solo nostalgia, era come se qualcosa o qualcuno lo chiamassero.

Preso da un fremito di inquietudine, scese dal letto e aprì la finestra: la città immensa era grigia, incolore. E per la prima volta capì che quella non era la sua luce.

Andò indietro con la mente a quegli anni felici, costellati di sogni e di suggestioni per un futuro che gli appariva roseo.

Si ricordò all’improvviso, commuovendosi e mettendosi a piangere come un bambino, di quel tiglio piantato dal comune sul lato della strada che portava al colle, davanti ad una spianata da cui si ammiravano i campi dell’immensa pianura, dove spesso lui e suo padre si fermavano a sedere su una panchina, dopo una lunga passeggiata: l’albero un anno si era ammalato di una malattia delle piante, che ne aveva attaccato già buona parte, era pieno di formiche e dalla corteccia usciva una linfa cattiva di un colore scuro; rischiava di seccare completamente e nessuno interveniva per curarlo.

Per cui, insieme al padre, ogni volta che passavano di là, cercavano di eliminare il liquido che sgorgava, con dei bastoni che avevano fabbricato, toglievano con pazienza le parti di corteccia andate a male e scacciavano le formiche. Divenne per loro quasi un lavoro a cui dedicavano parecchio tempo, e alla fine l’alberello lentamente parve riprendersi. Dopo mesi di interventi, l’albero tornò verde e rigoglioso come prima, ed entrambi ne andavano giustamente fieri, lo avevano curato e fatto guarire. Era diventato un loro amico fraterno, che gli teneva compagnia durante le passeggiate, e con le sue fronde li proteggeva dai raggi del sole, riconoscente per quell’aiuto provvidenziale che lo aveva salvato.

In quel momento a Silvano venne voglia come non mai di tornare al paese, anche solo per vedere se il loro amato e accudito tiglio verde esistesse ancora.

Si chiese quindi con ansia cosa ci stesse facendo da solo in quel posto che lo respingeva, lontano dalle sue radici e dalla casa dove aveva vissuto sereno. Era destinato a trascorrere così il resto della sua vita, senza più speranze né ambizioni?

Ripensando a quel periodo fulgido, avvertiva uno struggimento allo stesso tempo doloroso e piacevole, mentre sentiva che il cuore gli balzava in petto, trascinato dalla forza invisibile di momenti vissuti e ormai perduti.

Nei giorni successivi stette male anche fisicamente, di un male strano, caratterizzato da febbre costante, e un malessere generalizzato, che però non si estrinsecava in una malattia chiara, ma piuttosto in una sofferenza appunto indefinita, che sembrava avvilupparlo come una ragnatela, e che pareva la manifestazione fisica del suo dissidio interiore. Si astenne perciò dall’andare al lavoro, quel lavoro che peraltro ora gli sembrava molto meno interessante, e che gli stava venendo a noia, oltre ad essere sempre più logorante dal punto di vista dello stress psicologico che comportava.

I ricordi di quell’infanzia quasi magica apparivano lontanissimi dall’uomo che era diventato, distante dai valori che gli erano stati insegnati, dal contatto rispettoso con la natura e dall’empatia che aveva sperimentato tanti anni prima. La vita nella metropoli fredda e asettica, l’impiego in una multinazionale, tutto pareva congiurare per fargli dimenticare gli ideali che gli erano stati inculcati in gioventù, l’educazione, l’onestà e la correttezza: adesso trionfavano il sopruso, l’inganno e l’egoismo, e lui, come tutti gli altri, aveva iniziato ad attenersi a questi nuovi disvalori, per svettare sul prossimo e non essere sommerso.

Aveva persino smesso di avere sogni e fare progetti, non nutriva più una vera speranza di trovare un senso al tutto, a quell’esercito infinito di attimi gettati alla rinfusa.

Eppure, un tempo era stato felice, di quella felicità assoluta fatta di piccoli gesti e grandi emozioni, al tempo delle parole sacre ed essenziali, che condensavano in poche frasi l’amore che provava e di cui era circondato. Doveva fare qualcosa per ritornare a quello stato, almeno di serenità, ora lo capiva; stava sprecando la sua vita in riti sterili e vuoti, inseguendo miraggi fallaci, vanificando gli insegnamenti dei suoi genitori, oltre che l’armonia e la bellezza che i luoghi della sua infanzia gli avevano insegnato.

Era ancora in tempo per riprendere in mano la sua esistenza, per darle un senso?

Se lo chiedeva da parecchio tempo ormai, ma, dopo tanti dubbi ed elucubrazioni, finalmente una mattina tutto gli apparve più chiaro, come se il maestrale avesse sgombrato il suo cielo da nuvole minacciose e opprimenti. E allora prese una decisione, che agli occhi dell’impiegato modello e brillante di poco tempo prima poteva essere folle, ma della quale ora sentiva non si sarebbe mai pentito.

Nel giro di pochi giorni lasciò tutto: il lavoro, l’appartamento, le abitudini ordinate. In fondo l’antica casa al paese era ancora di sua proprietà, e lo stava attendendo da anni; contattò perciò il fattore a cui aveva dato in gestione le chiavi e i suoi vecchi terreni, e questi gli confidò di non riuscire più a gestirli, vista l’età che avanzava.

Quel mattino fatidico salì in macchina, guidando con frenesia, diretto verso la sua terra d’origine, seguendo una spinta che non sapeva spiegare. Il paesaggio cambiava lentamente, e con esso cambiava il suo respiro: le pianure diventavano colline, le colline si aprivano in distese di ulivi, e infine, dietro una curva, apparvero le Langhe, immense e splendenti sotto il sole.

Quando Silvano arrivò al paese dopo tanti anni di città, trovò le colline delle Langhe immutate, eppure diverse. I filari di viti, che un tempo disegnavano geometrie perfette, erano stati in parte abbandonati; i vecchi noccioleti, che da ragazzo aiutava a potare con il papà, erano stati divorati dai rovi o convertiti a pascolo. Ma proprio lì, tra due crinali dolci e un piccolo rio che serpeggiava sul fondo valle, c’era ancora il vecchio terreno di famiglia, ormai messo in vendita dall’attuale proprietario: tre ettari di terra argilloso-calcarea, con un’esposizione a sud-est perfetta per la Corylus avellana.

Si fermò prima nella piccola piazza del paese. L’aria profumava di piante e di mare lontano. Ogni pietra, ogni muro screpolato sembrava ricordare il suo nome.

Rivide il vecchio tiglio, che placido gli sorrideva da lontano, con le sue fronde gemmee, e il cui fusto abbracciò con trasporto, come un vecchio amico che non vedi da tempo, ma tu sai che è sempre lì, ad aspettarti fedele, e la distanza non ne smorza l’affetto.

Si avviò quindi a piedi verso la casa che per lustri lo aveva ospitato. Ma subito prima di giungere ad essa, guardando un muro limitrofo, la sua attenzione fu attratta da una incisione che qualcuno aveva impresso sulla pietra, come se fosse una targa dedicata a qualcuno o a qualcosa; quando però lesse la scritta, per poco non cadde per terra dallo stupore: essa recava esattamente le parole della poesia che aveva sognato pochi giorni addietro! Silvano la ricordava perfettamente, e quindi si domandò come fosse possibile un simile evento, che pareva un sortilegio.

Chiese allora ad alcuni passanti chi avesse composto e inciso quei versi, ma non seppero dargli una spiegazione, e lo stesso risultato ottenne con il contadino che aveva custodito la sua vecchia casa e il terreno sino a quel giorno: nessuno fu in grado di spiegargli quel mistero, tutti si limitarono a dirgli che non si sapeva da dove proveniva quella scritta. Un giorno essa era apparsa, e nessuno ne aveva rivendicato la paternità, forse era stato un artista di passaggio, ma a tutti piaceva fermarsi qualche secondo per leggere quei versi evocativi e delicati.

Rimase attonito per alcuni minuti, poi si diresse, piuttosto scosso, verso la vecchia porta di entrata: quell’evento quasi soprannaturale gli apparve subito come un segno, una chiara indicazione del cielo, la naturale congiunzione tra i suoi sogni e la nuova realtà che lui stesso avrebbe contribuito a creare.

Sì, lui era stato chiamato in quel posto per uno scopo, adesso gli era tutto chiaro! Finalmente si apriva uno squarcio di sereno nel suo firmamento offuscato!

La casa dei genitori lo aspettava ancora, come se il tempo avesse avuto pietà. Entrò, e il silenzio lo accolse con la tenerezza di una presenza invisibile. Sul tavolo trovò una foto sbiadita: lui bambino tra la madre e il padre, tutti e tre con le mani nella farina. Tutto in quel luogo parlava di lui e delle sue radici.

Si sedette, e pianse. Non di dolore, ma di commozione per il ritorno.

Firmò il compromesso per ricomprare i terreni in primavera, e quell’atto fu per lui più solenne di qualsiasi contratto stipulato nei suoi anni da impiegato.

Appena ottenuta la proprietà, Silvano contattò prima degli esperti nella coltivazione delle nocciole, e poi alcuni abitanti del villaggio, stabilendo accordi di collaborazione con loro, per farsi aiutare nel progetto che aveva in mente: riuscire a produrre una buona quantità di nocciole, dopo aver piantato i relativi alberi nei suoi vecchi terreni.

Tutti lo riconobbero come quel bimbo con cui avevano corso e giocato da piccoli, che si divertiva a vedere il padre sfidare a bocce o a carte i loro genitori, nato lì, ma poi andato a studiare per percorrere una carriera promettente, e furono contenti anche se stupiti di quel suo ritorno alle origini.

L’accoglienza fraterna che gli riservarono quelle persone semplici ma franche – tra l’altro spesso più intelligenti di quelle con cui era abituato a trattare nel suo lavoro precedente – lo commosse, e gli fece capire che quella era stata la scelta giusta.

Dopo di che si tuffò a testa bassa e senza indugi in quell’avventura nuova ed emozionante, che finalmente pareva dare un senso alle sue giornate.

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