Allego la prima parte di un racconto breve, che continuerà nelle prossime settimane, avente come tema il ritorno alla campagna e ai suoi valori, da me scritto in occasione delle manifestazioni culturali estive del comune di Castelnuovo di Ceva. Buona lettura
LA DANZA DELLE NOCCIOLE
Da anni Silvano viveva lontano.
La città lo aveva inghiottito con le sue luci fredde e il rumore costante, fino a fargli dimenticare il suono del vento e l’odore della terra. Lavorava in un ufficio senza finestre che affacciavano sul cielo, e la sua vita scorreva in giorni uguali, misurati da orologi, budget pressanti e scadenze.
Quel periodo della sua esistenza adesso gli sembrava una lunga teoria di giorni buttati, passati a ripetere gli stessi gesti e riti che apparivano sempre più vuoti, quasi un modo di vegetare e andare avanti senza chiedersi nemmeno il perché.
Eppure, all’inizio quello stile di vita lo aveva affascinato, nella megalopoli che attirava gente da tutto il mondo, con i vertiginosi grattacieli luccicanti, le eleganti insegne tirate a lucido, le tante opportunità, il fermento culturale continuo, e le immense opportunità lavorative. Ecco, a quel lavoro e a quella carriera che sicuramente gli piacevano, aveva dedicato tanto tempo e tante risorse, sacrificando cose e persone nel percorso verso la vetta: ne era valsa la pena?
Difficile dirlo, a volte sentiva assalirlo l’ansia per le opportunità di vita perse, per la relazione con la sua compagna naufragata, forse anche a causa del poco tempo dedicatole, del fatto di darla per scontata, e, dopo i primi mesi di passione, mai più da lui rinfocolata con le attenzioni che lei si sarebbe aspettata; e più aveva soddisfazioni e incarichi importanti nella vita lavorativa, meno impegno profondeva nel rapporto con lei, che alla fine si era stancata di aspettarlo e di passare sempre in secondo piano, e se ne era andata.
Sempre più spesso, negli ultimi tempi, lo coglieva a tradimento una strana malinconia, come un’uggia della routine quotidiana; e il rimpianto per i tempi passati, quando si poteva ancora considerare felice , diventava sempre più forte, a volte addirittura lancinante, come un male fisico.
Forse era una sorta di crisi di mezza età, a cui era ormai giunto, o il fatto di passare adesso le serate in totale solitudine, in quella grande e costosa casa che avevano progettato per una vita in comune con lei e forse anche per una famiglia più numerosa, chissà…
Ormai il periodo fantastico della sua infanzia era solo un ricordo lontano, con i vecchi amici, i giochi insieme, il paesello piemontese che gli aveva dato i natali e ospitato per anni come in un piccolo microcosmo protetto, dove tutto sembrava sicuro e il futuro non faceva mai paura.
E poi i suoi genitori , quei genitori che tanto lo avevano amato, di un amore viscerale, disinteressato e totale, ma con i quali, negli ultimi anni della loro vita, aveva condiviso poco tempo, loro rimasti al paese natale, e lui ormai assorbito dalla città frenetica e tentacolare.
Certo, aveva provato a gestire a distanza anche la loro vecchiaia, si era adoperato per non fargli mancare nulla quando avevano bisogno; ogni tanto andava a trovarli, ma gli era rimasto un rimorso terribile in merito alla scomparsa del padre. Quando questi si era ammalato, di una malattia lunga ma inesorabile, di quelle che non lasciano scampo, si era gradualmente allontanato da loro, invece di riavvicinarsi come sarebbe stato giusto. Le sue visite e telefonate in quel periodo erano state sempre più sporadiche, come se inconsciamente non volesse accollarsi l’onere di reggere quella situazione, in cui l’uomo a cui aveva sempre guardato come un’entità indistruttibile era diventato un vecchio malato e fragile. A distanza di anni si rendeva conto di quanto fosse stato insensibile, e forse agli occhi del padre anche spietato: alla fine aveva demandato le cure alla madre, che con dedizione si era dedicata al coniuge, non chiedendo niente al figlio, e anzi cercando di sollevarlo da quegli adempimenti tristi e gravosi.
Solo ora capiva quanto era stato cieco ed egoista, trincerandosi dietro la distanza e l’attività lavorativa che in quel momento lo assorbiva particolarmente, essendo vicino all’apice della carriera che aveva scelto.
Forse, non aveva voluto accettare che il suo idolo di ragazzo crollasse a causa degli anni, come peraltro tutti gli esseri umani, in quella legge di natura crudele ma ineluttabile.
Non avrebbe probabilmente sopportato di vederlo sfiorire e deperire lentamente, e perciò aveva abdicato ai suoi compiti di figlio, in un gesto di vigliaccheria, di cui si era poi pentito amaramente.
Ma ormai era troppo tardi per fare qualcosa , gli restavano il rimpianto e a tratti la disperazione per quel comportamento indifendibile.
Aveva cercato di rimediare in qualche modo, stando poi il più possibile vicino alla mamma, e anzi proponendole ad un certo punto anche di raggiungerlo nella lontana città dove lavorava, ma lei non era adatta a quel tipo di vita nello smog e nel caos, lo sapevano entrambi, e quindi aveva rifiutato l’invito del figlio, che, almeno nel suo caso, quando poteva faceva un lungo viaggio per venire da lei.
Dopo alcuni anni se ne era andata anche lei , discreta e senza dare fastidio a nessuno così come era vissuta, mancando improvvisamente una notte in cui il suo cuore aveva smesso di battere.
A quel punto lui aveva smesso di visitare quel paese, dove gli erano rimasti solo ricordi tristi, finendo in seguito per vendere i terreni di proprietà e lasciando le chiavi di casa ad un vicino, perché controllasse ogni tanto la loro dimora avita;
era così finita un’epoca, segnata dall’amore che gli riscaldava il cuore, ed era rimasto solo il freddo del suo appartamento moderno, dove il gelo dei sentimenti a volte gli paralizzava anche i pensieri.
Ma in certi sogni – quelli che arrivano quando la mente cede e il cuore ricorda – il suo Piemonte tornava a trovarlo. Non come un luogo, ma come una voce.
Una notte di quelle, passate a rigirarsi nervosamente nel letto, il sonno finalmente
lo assalì e assunse contorni particolari.
L’aria sapeva di terra bagnata e di erba tagliata da poco, e lui si trovava in una
stanza piena di luce dorata; tutto intorno si avvertiva un baluginare di forme,
come se il mondo fosse riflesso in uno specchio d’acqua.
All’improvviso una voce lontana cominciò a chiamarlo: era la voce della madre,
che pronunciava il suo nome con affetto e lo invitava ad andare da lei; ad un certo
punto si aggiunse anche quella del padre, più bassa e profonda, come un tuono
coperto dalle nuvole.
“Silvano, torna da noi. E’ ora di tornare a casa!” dicevano entrambi, ma la parola
‘casa’ nel sogno non aveva contorni definiti: era un campo, un vecchio edificio,
una collina che brillava di grano maturo.
Il protagonista a quel punto si mise in cammino, attraversando paesi che non
riconosceva. Le case cambiavano addirittura forma man mano che passava: come
per un incanto alcune diventavano alberi, altre si scioglievano come cera
sotto il sole.
Ogni tanto incontrava persone che lo salutavano con affetto e deferenza, dicendo
di conoscerlo, ma lui non ne ricordava i volti. Tutti però gli indicavano un’unica
direzione, con sicurezza: “Di là, sempre dritto su questo cammino, verso la
campagna!”
Quando finalmente arrivò, trovò i genitori ad aspettarlo sotto ad un pergolato;
non parevano invecchiati, anzi avevano la stessa età di quando lui era bambino.
Il padre gli mise una mano sulla spalla con tenerezza, mentre la madre gli porgeva
una ciotola di latte caldo.
“Silvano, dove sei stato? Noi ti abbiamo sempre aspettato qui!”, dissero insieme.
Intorno, la campagna respirava liberamente. Gli alberi si piegavano con dolcezza
al vento, e il cielo era come un oceano oscillante tra l’alba e il tramonto.
Silvano sentì di essere finalmente tornato nel luogo dove doveva essere, senza
più nemmeno ricordare da dove fosse partito.
Suo padre intanto gli sorrideva, col suo sorriso buono sopra un viso franco e
sereno, dopo essersi seduto su una poltrona. Accanto a lui, la madre stendeva i
panni bianchi, che il vento gonfiava come le vele spiegate di un vascello.
Sul tavolo era appoggiato un libro, e lui poteva vedere la pagina a cui era aperto,
con un brano che recitava nel titolo “La danza delle nocciole”: era una poesia,
molto suggestiva, della quale lesse i versi ad alta voce.
La danza delle nocciole
Nel vespro purpureo,
quando il bosco tace,
il canto sonoro s’innalza
delle nocciole silvane,
cullate dal vento plumeo.
Dei frutti soavi sui rami
gli umani ammiran la danza,
mentre la terra stanca giace
dopo il giorno trionfante
di bagliori dorati e arcani.
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