Tra i riscontri e le risposte ricevute, la più articolata, e a nostro avviso meritevole di essere citata è la seguente, dell’amica Lara Pellerino, che espone un punto di vista originale e parzialmente confuta le tesi di Vittorio, per cui volentieri pubblichiamo il relativo pensiero sul nostro sito. Grazie comunque a tutti per l’attenzione dimostrata.
La tua non è una provocazione infondata, ma rischia di confondere la causa con il sintomo.
La richiesta di esecutivi più forti nasce spesso dall’incapacità delle democrazie di decidere in tempi e modi compatibili con la complessità del presente. Il problema non è il rafforzamento dell’esecutivo in sé, ma l’indebolimento dei contrappesi, della cultura istituzionale e della partecipazione consapevole.
La vera eredità illuminista non è l’immobilismo dei poteri, ma la loro reciproca sorveglianza. La domanda allora non è se vogliamo governi capaci di agire, ma se siamo disposti a difendere, anche quando scomodo, le condizioni che rendono quell’azione legittima. Non è la democrazia a essere lenta: è il potere che è impaziente.
Immanuel Kant nel 1784 diceva “Sapere aude”, per cui bisogna avere il coraggio di servirsi della propria intelligenza.
L’Illuminismo non chiedeva governi senza freni, ma cittadini senza paura di pensare.
La società non è diventata remissiva perché oppressa, ma perché sedata da un falso benessere, continuamente promesso e che coinvolge ancora gran parte di un ceto medio figlio di un’era tecnologica che ha fatto esplodere l’ individualismo. La società di oggi è come anestetizzata dal capitalismo che toglie il dolore e il senso critico.
Non si chiede più libertà, purché il comfort resti intatto.
È così che si rinuncia ai diritti senza nemmeno accorgersene.
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Una personale chiosa finale: sono sostanzialmente d’accordo con entrambe le posizioni, che hanno dei punti di contatto nel risultato, anche se divergono nella spiegazione delle cause. Io credo che le motivazioni di questo disimpegno delle masse dall’attività politica siano determinate da molteplici fattori. Oltre a quelli enunciati da Lara, (la crisi delle ideologie del novecento e di molte dottrine morali e filosofiche, il trionfo del capitalismo, la tecnologia e l’individualismo assurti a muovi miti) citerei anche una percezione di impotenza, i cui i cittadini sentono che anche votare non serve più a cambiare le cose, non sentendosi spesso rappresentati da nessuno, e percependo che molte decisioni si sono spostate dagli stati sovrani verso altre entità: organi sovranazionali, mercati finanziari, fondi di investimento, multinazionali strapotenti. Inoltre, i tempi della società attuale sono estremamente veloci, dominati dai mercati e da soluzioni istantanee, con la concorrenza di alcuni paesi emergenti, sovente gestiti da autocrazie molto pragmatiche, mentre i ritmi della politica nelle democrazie occidentali sono lenti e spesso percepiti come inadeguati e inefficienti.
Io temo altresì che una società basata su tali paradigmi, con l’aumento implicito delle disuguaglianze e il crollo dei valori morali, sia destinata ad una implosione, non essendo sostenibile nel lungo termine, sia per ragioni economiche, che demografiche e sociali. Spero solo che la crisi prossima ventura, che ritengo inevitabile, sia l’occasione per riscrivere le regole della convivenza civile.
Grazie a tutti per l’attenzione. Alla prossima provocazione!
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